home | cosa è | cooperazione | scuola diritti umani | convegno | attività | agenda | approfondimenti
Giovedì, 17 maggio 2012 - cosa succede oggi?
« Torna indietro
APPROFONDIMENTI
12 settembre 2003
Visita alla missione comasca in Cameroun
Articolo apparso su Il Settimanale
Giacomo, Sarah, Marco, Alessandra, Sara, Damiano
Un gruppo di sei giovani della diocesi di Como è da poco rientrato da una visita alla missione diocesana in Cameroun. Per tre settimane ha condiviso la vita della missione con don Giusto, don Angelo e don Andrea, e con Paolo, Roberta e Chiara, la famiglia che dall'ottobre scorso ha arricchito la nostra missione con una nuova vocazione. L'esperienza è servita a conoscere la missione, le varie attività, le comunità cristiane che vi vivono.

La missione è situata nell'estremo nord del Cameroun, nella diocesi di Maroua-Mokolò, dove la prima evangelizzazione è molto recente, degli anni '50, e la giovane Chiesa cattolica convive con le altre religioni diffusesi precedentemente: quella mussulmana, quella protestante, e ovviamente quella animista, la religione tradizionale africana.
L'insediamento originale, il più noto, era nella parrocchia di Sir, ma nell'ultimo anno ci sono stati molti cambiamenti, per cui in questa parrocchia si sono insediati dei preti locali, e la missione si è spostata un po' più in basso, a Mogodè. Inoltre la missione ha preso in carico anche la parrocchia cittadina di Mokolò, appena più a nord, dove si è insediato don Giusto.
La parrocchia di Mogodè si estende in una affascinante lingua di terra ai confini con la Nigeria, nella regione dei Kapsiki: un territorio collinare da cui emergono numerosi picchi di origine vulcanica - detti appunto Kapsiki - che creano un paesaggio unico al mondo, e per questo anche meta di un certo turismo; anche l'etnia e la lingua locale hanno lo stesso nome. La parrocchia ha una popolazione complessiva di circa 50 mila persone, e si estende per 50 kilometri lungo la strada principale che corre verso sud; divisa in cinque settori, associati ai villaggi principali, ha il suo elemento fondante nelle decine di comunità che sono sparse nel territorio. Il numero di cristiani è limitato a qualche migliaio, ma la dislocazione delle comunità e la cattiva qualità delle strade rende piuttosto impegnativo il lavoro della missione. Qui lavorano don Angelo e don Andrea, che vivono insieme a Paolo, Roberta e Chiara nella missione principale, situata nel grosso villaggio di Mogodè; don Andrea, che segue in particolare i settori più a nord, passa alcuni giorni della settimana in un altro importante villaggio, Romzù.
Nella parrocchia di Mokolò - dove lavora don Giusto - la realtà è già diversa, più cittadina: qui arriva la strada asfaltata dal capoluogo, Maroua, ci sono molte attività, esistono varie scuole superiori; c'è anche la presenza di altri missionari cattolici, in particolare delle suore canadesi che coadiuvano il lavoro in parrocchia.

Le attività principali della missione sono l'evangelizzazione e la promozione umana, che vanno di pari passo.

L'evangelizzazione non avviene con l'annuncio diretto - come si sarebbe portati a pensare immaginando i primi missionari - ma attraverso le comunità e l'avvicinamento di nuovi simpatizzanti. L'attività principale dei missionari è quindi incentrata sulla formazione delle varie figure ministeriali e sull'organizzazione delle comunità affinche siano autonome, oltre ovviamente alla amministrazione dei sacramenti.
Il battesimo non viene dato ai neonati, ma deve essere una scelta degli adulti, e passa attraverso un cammino catecumenale di quattro anni, condotto con i catechisti e guidato dalla comunità; con il battesimo viene fatta anche la prima comunione. I battezzati sono solo una parte limitata della comunità; ci sono poi coloro che stanno facendo il cammino catecumenale; ci sono i simpatizzanti, che si stanno avvicinando ma non hanno ancora maturato la decisione di chiedere il battesimo; ci sono anche uomini e donne che partecipano attivamente e proficuamente, ma che non posso essere battezzati per uno status sociale non compatibile, per esempio per poligamia o per aver cambiato marito. Esistono infatti varie difficoltà culturali che rallentano l'evangelizzazione, ed una delle maggiori è proprio la poligamia. In alcune comunità il riconoscimento delle varie figure è chiaro, in altre meno; in generale però non esiste un'anagrafe, ma è la comunità stessa a mantenere la propria storia. Il riconoscimento maggiore avviene nell'accesso ai sacramenti, in particolare per i battezzati, che possono accedere all'eucarestia.
Di particolare interesse è la strutturazione delle comunità, e l'autonomia con cui gestiscono la propria vita; in primo luogo la scarsità di preti ha portato alla responsabilizzazione di varie figure ministeriali: i catechisti, i responsabili di comunità e di settore, qualche diacono. La messa domenicale viene fatta a rotazione nei vari settori, per cui le celebrazioni sono abbastanza limitate - in particolare se confrontate alle nostre abitudini - e le comunità si organizzano comunque per dei momenti di preghiera, gestiti dai catechisti.
Esistono poi varie attività di formazione, di animazione, di promozione umana, ed in particolare Paolo e Roberta apportano il loro contributo nel seguire i gruppi dei giovani e delle donne.
Inoltre la comunità cerca di essere autonoma anche economicamente, attraverso il pagamento di una decima e il lavoro comunitario, e i fondi raccolti vengono usati per sostenere la diocesi, il settore e la comunità. Nella gestione dei beni della comunità c'è anche l'attenzione alla carità verso chi è in condizioni peggiori, in genere anziani e malati.

Le aree di intervento della promozione umana riguardano sostanzialmente l'istruzione, l'acqua e l'agricoltura, che è l'attività prioritaria nella zona, dalla quale dipende la sussistenza della popolazione.
Per quanto riguarda l'istruzione i progetti più importanti riguardano l'alfabetizzazione, in particolare per gli adulti, e le varie scuole della zona, in genere seguite dalla diocesi, per aiutare le famiglie a sostenerne il costo.
La scarsità di acqua nei mesi caldi diventa un problema primario, e causa di varie morti, in particolare tra gli anziani, e per questo ci sono vari progetti per la costruzione di pozzi; ma per trovare l'acqua anche nei periodi secchi occorre fare dei fori molto profondi, e gli alti costi rallentano molto la loro costruzione, che sarebbe invece prioritaria.
Per quanto riguarda l'agricoltura si hanno interventi di vario tipo: il microcredito, per sostenere l'acquisto di attrezzi, animali, o materiale; lo stoccaggio, in particolare del miglio, per stimolare il risparmio - soprattutto quello comunitario - ed avere prodotti da mangiare o da commerciare nei periodi di scarsità; l'acquisto all'ingrosso, ad esempio di concime, per facilitare l'accesso alle materie a minor costo.
In ambito sanitario di particolare impegno è anche la costruzione di un reparto di maternità nel dispensario di Zamay, poco a nord di Mokolò: abbiamo potuto assistere alla sua costruzione, nella quale sono stati impiegati anche studenti della parrocchia che in questo modo si pagano gli studi.

Per tutti gli interventi si cerca sempre un forte coinvolgimento delle parti locali, attraverso un impegno finanziario consistente; in questo modo si copre solo una parte del progetto, anche se cospicua, ma si assicura la partecipazione e la responsabilizzazione di chi usufruisce. Questo permette di superare un approccio assistenziale, che oltre a diseducare non è rispettoso delle persone, perché troppo spesso pone chi aiuta dalla parte di chi sa cosa serve a chi è aiutato, senza fare lo sforzo di ascoltarlo e conoscerlo.
Va evidenziato come nella pastorale locale l'evangelizzazione vada di pari passo con l'animazione agricola, intenta a promuovere modalità migliori di coltivazione, e con la promozione umana; particolare sensibilità è rivolta alla promozione dei diritti delle donne, che nella cultura locale sono ben poco considerate, anche se rappresentano il pilastro dell'economia domestica. Interessante è stata la visita al centro Emmaus, un centro in cui delle giovani coppie vengono formate per due anni per diventare catechisti ed animatori agricoli.

In questo periodo le ricche piogge hanno reso il territorio verdissimo e rigoglioso, e le attività agricole impegnano tutta la popolazione per arrivare ad un buon raccolto, sul quale si basa la tranquillità alimentare per tutto all'anno successivo; la coltura di base è il miglio, ma c'è anche il mais, il riso, le patate, le arachidi, oltre a vari ortaggi. Il miglio è utilizzato per fare la "bull", una polenta molto simile alla nostra, e il "bilbil", una sorta di birra ottenuta tramite fermentazione; questi sono i due elementi più caratteristici che abbiamo avuto modo di provare, pranzando a casa dei catechisti dopo le messe domenicali. Il bilbil è l'elemento di base anche nella socializzazione, in particolare nel mercato settimanale che si fa in ogni villaggio; in realtà la parte più consistente del mercato non è quella con le mercanzie, ma quella di ritrovo in cui ci si siede sotto ad una tettoia di paglia, e sorseggiando la birra in ciotole che passano di mano in mano, si parla e si intrecciano le relazioni.
Anche se in questo periodo le attività pastorali erano piuttosto ferme - a parte vari tornei di calcio, che sono un altro importante veicolo di socializzazione - non sono mancate le occasione per conoscere la gente del luogo, e per stringere tante mani, un gesto di saluto e di accoglienza che li ha un grosso significato.

Dalle nostre impressioni, anche se non è semplice dare una valutazione, ci sembra chiaro l'importante ruolo della missione: in un contesto in cui mancano dei punti di riferimento stimolanti, lo sforzo di promuovere dei cammini di crescita spirituale e umana è di valore fondamentale, perché permette di tracciare dei percorsi che possono coinvolgere - pian piano - lo sviluppo umano di una parte crescente della popolazione.
Pur nella sua minoritarietà, la comunità cristiana inizia poi a testimoniare scelte anche forti: anzitutto la rinuncia di pratiche tradizionali, come la poligamia e la magia; poi la disponibilità al servizio, il dedicare tempo ed energie agli altri ed alla comunità; un timido approccio nuovo al rapporto tra uomo e donna; il coraggio - anche se ancora sporadico ed individuale - di sottrarsi alla corruzione e di impegnarsi contro di essa; l'impegno per lo sviluppo della comunità, come con le scuole e i pozzi.
Ci si rende conto che si agisce in una Chiesa molto giovane, che ha riflettuto poco su cosa significa essere cristiani, ma che mostra spazi di crescita - anche spirituale - ampi.
Ciò vale in particolare in un contesto rurale - lontano dalle grandi città - che ha ancora delle radici forti, e dove quella deculturizzazione che sta deprimendo l'Africa non è ancora penetrata in fondo. Come ci ha spiegato un giovane kapsiki - lo sviluppo che si sta portando in Africa sta provocando una desertificazione, materiale e spirituale; materiale perché le risorse vengono bruciate, depredate - in particolare le foreste, ma non solo; spirituale perché questa bramosia di risorse, questa spinta al consumismo, al materialismo, fanno perdere i riferimenti culturali ed i valori basilari che reggono la società africana, divenendo anche un volano per la corruzione, che qui come in tutta l'Africa è una delle "malattie" principali.

Particolarmente interessante per la missione è la novità della presenza di una famiglia, in primo luogo perchè il suo essere testimone di un certo modello di vita è di grosso stimolo. Ad esempio è significativo che alcune coppie abbiano chiesto di riflettere insieme su cosa comporta essere una famiglia cristiana, e emergono alcuni casi di coppie che provano a gestire insieme e nel dialogo la famiglia.
Non meno significativo l'apporto dato dalla piccola Chiara, che permette di aprire facilmente vie di relazione con le famiglie di altri bambini, altrimenti difficili da raggiungere.

La missione sta cercando anche di vivere un proprio cammino comunitario, che valorizzi le varie ministerialità e le varie vocazioni; in particolare i preti e la famiglia si trovano insieme dalla domenica sera al lunedi, per condividere i pasti e riflettere insieme sul Vangelo, sulle attività svolte e su quelle da svolgere.
Questo impegnativo percorso di conoscenza reciproca e di comprensione delle diverse vocazioni è estremamente importante ed arricchente, ed apre una riflessione forte sul ruolo della famiglia nella missione, chiamata anzitutto ad essere presente per ciò che è nel suo complesso - luogo di fraternità, condivisione, accoglienza - prima che per le singole capacità di ognuno.

A noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscere la realtà della nostra missione, in definitiva appare importante che si stimoli e si accresca la missionarietà della nostra Chiesa comasca, anche in sintonia con il Sinodo che proprio su questi temi sta portando una grossa riflessione. In particolare è auspicabile la nascita di percorsi che stimolino la vocazione alla missione nelle famiglie e nei giovani, come scelte di testimonianza forte. Ma anche percorsi che ci facciano crescere nella consapevolezza della missionarietà a cui ognuno di noi è chiamato quotidianamente - con attenzione e responsabilità - nello stile di vita, nella comunità, nel territorio.
Condividiamo poi con i nostri missionari in Cameroun che l'apertura di una nuova missione sarebbe un segno concreto di una crescente sensibilità missionaria.


12.09.2003

aggiornato il 12/09/2003 alle ore 00:00 - Link Permanente
Coordinamento Comasco per la Pace - Via Trieste 1 - 22073 Fino Mornasco - COMO
Tel. 031.927644 - Fax. 031.3540032 - email: info@comopace.org web: http://www.comopace.org/