APPROFONDIMENTI
18 novembre 2003
ESPERIENZA IN ZAMBIA
RELAZIONE
Valeria Oliva
L’esperienza si è svolta in Zambia per una durata di 15 giorni, dal 9 al 24 Agosto.
Alcune notizie sul Paese:
La Zambia si trova nell’Africa del Sud, a confine con Zimbawe, Congo, Angola…
Ha una popolazione di circa 10 milioni, di cui quasi 5 milioni ha un’età inferiore ai 15 anni.
Il 73% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, quindi possiede meno di un dollaro al giorno per sopravvivere.
Inoltre in questi ultimi anni l’aspettative di vita è andata diminuendo a causa della progressiva diffusione dell’Aids, tanto da passare dai 53 anni di 20 anni fa ai 37 attuali. L’informazione sui comportamenti sessuali a cui ci si dovrebbe attenere per evitare il contagio è abbastanza diffusa, anche se non si riscontra un’applicazione pratica di tali accorgimenti. Paradossalmente le categorie più elevate culturalmente (infermieri e professori) e quindi più informate e con il compito di diffondere le conoscenze per difendersi dalla malattia, sono quelle maggiormente colpite.
Dal punto di vista politico la Zambia è una ex colonia inglese, sebbene non abbia subito una colonizzazione così massiccia, come ad esempio è avvenuto in Sudafrica. Attualmente è una Repubblica Presidenziale.
Nel 1991 la situazione politica è entrata in una spirale negativa. Infatti l’aver abbracciato in modo non critico la politica della Banca Mondiale e la sua proposta di liberalismo puro, secondo lo stile americano, ma senza i suoi privilegi, ha comportato una situazione di svantaggio per la Zambia, così come per tutti gli altri Paesi africani che hanno subito una sorte analoga.
L’approvazione della nuova Costituzione nel 1996 non ha fatto che peggiorare la situazione descritta. Attualmente il momento è difficile perché non vi è un vero partito che sostiene il presidente, il quale gode di ampie libertà.
Secondo il parere di coloro che ci hanno illustrato questa situazione e vivono quotidianamente a contatto con i problemi di questa realtà,sarebbe necessario che nascessero due movimenti:
Un movimento dal basso, attraverso piccoli progetti, portati avanti in modo chiaro e legale, perché, purtroppo, alcuni hanno capito come ricevere soldi dalle Nazioni Unite costituendo ONG fittizie, per poi utilizzarli per scopi personali.
Un movimento più vasto, illuminato ed efficace in grado di costruire le infrastrutture necessarie. Infatti in Zambia, ad esempio, è presente una consistente quantità d’acqua, grazie ai grandi fiumi che la attraversano, ma occorrerebbe incanalarla per incrementare l’agricoltura e la produzione di energia elettrica. Spesso invece non sono presenti neppure gli acquedotti e quelli esistenti sono spesso inefficienti a causa delle numerose perdite. Questa condizione comporta un notevole peggioramento delle condizioni igieniche della popolazione e un aumento notevole di malattie, soprattutto dell’infanzia.
Scopo dell’esperienza e soggetti coinvolti:
La nostra esperienza aveva come unico obiettivo quello della conoscenza della realtà in cui abbiamo vissuto per un breve periodo.
Siamo stati ospiti nelle parrocchie di alcuni missionari della diocesi di Milano presso la cittadina di Kafue, cittadina non lontana dalla capitale Lusaka, e di zone limitrofe.
L’organizzazione generale del viaggio è avvenuta attraverso le Pontificie Opere Missionarie. Il gruppo partito dall’Italia era di circa 30 giovani, ma dopo un primo giorno comunitario siamo stati subito smistati in piccoli gruppi nelle varie parrocchie.
A causa della malattia di uno dei missionari che avrebbe dovuto ospitare parte del gruppo proveniente da Como, ci siamo trovati a vivere questa esperienza tutti insieme, per un totale di 11 persone. Questo imprevisto ha avuto sia conseguenze positive che negative, che illustrerò nella valutazione personale dell’esperienza.
Un’altra realtà, oltre a quella dei missionari e dei preti locali, con cui siamo potuti venire a contatto è quella del COE. Questa organizzazione sta portando avanti a Kafue un micro progetto di formazione e lavoro nell’ambito della falegnameria e sartoria.
In questo momento il progetto è sotto la guida di Chiara, volontaria a Kafue da alcuni anni. Gli insegnanti invece sono Zambiani, così come tutti i responsabili dei diversi settori, per promuovere progressivamente l’autonomia della scuola e della produzione artigianale.
Valutazione personale dell’esperienza
Ho iniziato il percorso “A Piccoli Passi” con l’intezione di fare nel periodo estivo un’esperienza nei Paesi del Sud del Mondo, che mi desse la possiilità di vedere con i miei occhi e vivere anche se solo per alcuni giorni in una realtà differente da quella della mia quotidianità.
Dopo aver conosciuto la filosofia con cui sono portati avanti i progetti dell’Aspem e del Coordinamento Comasco per la Pace, speravo ci fosse la possibilità di vivere l’esperienza di stage in uno dei luoghi in cui sono promossi questi progetti. Infatti la mia più grande preoccupazione, che ho vissuto poi anche nella mia esperienza in Zambia, è trovare il modo di entrare in una realtà sconosciuta e probabilmente con parametri diversi da quelli della mia società, in punta dei piedi, con rispetto e attenzione per non intaccare certi delicati equilibri.
Ho vissuto il partire con l’organizzazione delle Pontificie Opere Missionarie un po’ come un ripiego, dovuto a diversi motivi: l’impossibilità di organizzare uno stage con l’Aspem nel periodo estivo, la richiesta di una disponibilità di tempo superiore al mese per seguire un microprogetto, la mia disponibilità personale dovuta sia al periodo ristretto in cui avrei potuto fare lo stage sia all’esigenza, per la prima volta, di fare in qualche modo un’esperienza “protetta” e meno radicale.
Siamo partiti dall’Italia in 30, seppur con voli diversi. Ritengo per questo positiva la divisione quasi immediata in piccoli sottogruppi, anche se, come spiegavo prima, il mio proveniente da Como è rimasto unito e quindi composto da 11 membri.
La numerosità del nostro gruppo in alcuni momenti, fortunatamente abbastanza rari, mi ha fatto sentire l’esperienza come sorta di giro turistico di alcuni bianchi in un Paese africano. Mi sono sentita un po’ d’invadere gli spazi altrui, i modo sgraziato, a volte inappropriato, a causa della nostra ignoranza sulle usanze del posto.
Da questo punto di vista ci è stato di grande aiuto la presenza di don Claudio, missionario milanese da 7 anni in Zambia, che ci ha ampiamente illustrato la situazione del Paese, facendo anche un’analisi critica della situazione e mettendo in luce come spesso il nostro modo di ragionare sia assolutamente inadeguato rispetto alle esigenze del luogo.
Ripensando a questo credo che sarebbe stato bene che da parte degli organizzatori venisse meglio curato l’aspetto di conoscenza del Paese che ci avrebbe ospitato.
Indubbiamente, attraverso i dialoghi con il missionario, le discussioni con i componenti del gruppo, il confronto con la realtà, ho potuto percepire l’estrema difficoltà di aiutare una popolazione a migliorare le proprie condizioni di vita, poiché la linea che separa l’assistenzialismo dalla cooperazione allo sviluppo nella realtà concreta è molto sottile.
A volte la nostra mentalità occidentale, e aggiungerei un po’ lombarda, si è scontrata con la fissità di alcune situazioni, con la mancanza d’iniziativa, con l’inerzia di fronte a piccoli passi che si sarebbero potuti fare per migliorare le condizioni di alimentazione e di salute.
Da questo punto di vista sono tornata a casa con un grande punto di domanda. Infatti da qui è più facile dire: “E’ necessario sostenere i progetti che nascono da loro, perché sono questi che rispecchiano le loro esigenze”. E’ un’affermazione corretta e che condivido perché rispecchia una capacità di cooperare in modo maturo, cercando di allontanarsi il più possibile da una logica di puro assistenzialismo.
Ma quando ti trovi di fronte a certe situazioni di estrema povertà e sofferenza è naturale che nasca la domanda: “Ma se loro non fanno nulla di fronte a queste situazioni o peggio, ritengono impossibile che si possa fare qualcosa a causa della mancanza di risorse o competenze, cosa siamo chiamati a fare noi? Qual è il nostro compito? Possiamo fare qualcosa senza però rischiare di portare acriticamete il nostro sistema di pensiero e le nostre soluzioni in un’altra cultura?”.
Questa esperienza mi ha fatto percepire in maniera diretta la complessità del problema e la necessità di una continua negoziazione fra sistemi di pensiero diversi.
Un esempio tra tutti, che credo estremamente esplicativo perché mette in luce come i punti di vista siano differenti e come sia necessario uno sforzo notevole per comprendere il modo di pensare altrui, riguarda la diversità d’ intendere il singolo all’interno della società.
Nel mondo occidentale esiste il primato dell’individuo, il quale si mette insieme ad altre individualità per costruire la società.
In Africa il punto di vista è completamente ribaltato: prima viene la comunità poi l’individuo, secondo la regola: “Io sono perché noi siamo”, il sigolo esiste perché esite prima di tutto la comunità.
In ultimo volevo riprendere il discorso riguardate l’esperienza fatta con un gruppo abbastanza numeroso.
Al di là del sentirsi a volte un po’ turisti, questo convivenza di 15 giorni con persone che prima non conoscevo, mi ha permesso di confrontarmi e di discutere sulle esperieze vissute.
Ho potuto ache percepire come questa esperienza sia stata vissuta in maniera diversa a seconda dell’impostazione e della preparazione avuta prima della partenza. Alcuni, ad esempio, non si interrogavano sull’impatto che una visita come la nostra può avere sulla comunità ospitante, o sui problemi riguardanti lo sviluppo che ho illustrato qui sopra.
Basandomi sulle mie esperienze credo invece che sia estremamente utile affrontare un percorso come quello fatto con “A Piccoli Passi” per coloro che, anche per breve tempo, si recano in un Paese del Sud del Mondo. Questo perché aumenta la capacità critica verso i comportamenti che noi consideriamo “naturali” e permette un impatto meno “goffo” con la realtà che si va a conoscere.
Inoltre, poiché inevitabilmente per diversi motivi storici la persona bianca in quei Paesi è vista come da una parte una persona privilegiata e dall’altra un dispensatore di privilegi, credo sia necessario da parte di coloro che vanno a fare un’esperienza breve di conoscenza, limitare il più possibile di alimentare questa pericolosa concezione. Questo per sostenere e non ostacolare gli sforzi dei missionari e dei volontari impegnati in queste zone a sradicare questa concezione e a promuovere uno sviluppo quanto più possibile autonomo.
Cosa mi è servita l’esperienza in Africa?
Era proprio necessario fare così tanti chilometri per vedere una realtà che potevo conoscere attraverso dossier e testimonianze?
Credo che i nostri sensi, la vista, l’olfatto, il tatto, abbiano l’incredibile capacità di fissarci nella mente e nel cuore volti, situazioni, odori, mani.
Torni a casa e più passano i giorni più non puoi negare che quella realtà esiste, che quelle persone continuano a vivere come tu stai facendo qua, che la miseria non si cancella solo voltandogli le spalle.
Non credo che tutti abbiano bisogno di fare un’esperienza così per capire queste cose. In fondo anch’io già prima di questa esperienza mi impegnavo per quel poco che potevo, o che volevo, per cambiare lo stato di questa realtà, e ritenevo fosse giusto e doveroso farlo.
Ora dal punto di vista pratico poco è cambiato: non ho rivoluzionato il mio stile di vita, anche se vivendo per 15 giorni lontano dalle mie abitudini, ho compreso come alcune nostre esigenze siano semplicemente indotte dalla nostra società. Ho capito la necessità di sviluppare una coscienza critica di fronte ai grandi problemi mondiali ma anche nei confronti delle scelte che noi compiamo quotidianamente. Ho consolidato la mia idea che sia necessario interrogarsi su quali siano veramente le esigenze e le cose a cui non è possibile rinunciare perché importanti per la nostra vita ed invece assumere un distacco critico verso le necessità indotte da uno stile di vita dettato dal consumismo, senza necessariamente rifiutarle a priori.
18.11.2003