APPROFONDIMENTI
04 giugno 2004
Notizie da Cuenca
Servizio civile a Cuenca (Ecuador)
Silvia Bonanomi
Carissimi tutti,
E' ormai un mese che sono qui e onestamente non so ancora da che parte sono
girata. Dopo la Malaysia dove l'integrazione, o meglio, l'ambientazione era
stata pressoche' immediata pensavo che "entrare" a far parte dell'Ecuador,
paese latino come l'Italia o la Spagna fosse piu' semplice e naturale. Al
contrario, a dispetto delle rassicurazioni di tutti i cooperanti,
dell'Ambasciatore e della Focsiv, qui parlare con la gente e' difficile, a
volte addirittura impossibile. Come forse ho gia' scritto qui esistono tre
Ecuador differenti: la costa, dove la gente e' piu' aperta, piu' mischiata,
piu' violenta anche,la grande citta' o la citta' crocevia piu' abituata al
passaggio della gente e al contatto con essa ed infine la sierra dove vivo
io. Qui la composizione indígena e' molto forte, la separazione fra bianchi
criolli e gli indigeni e' netta ed in generale nei confronti di essi e'
sovrano il disprezzo. Cinquecento anni di sfruttamento sistematico,
umiliazione e distruzione delle radici hanno trionfato.La razza bianca
sembra essere quella vincente e l'autostima degli indigeni e' praticamente
nulla. Qui sto rileggendo "Las vienas abiertas de la America Latina" di
Eduardo Galeano e tutto acquista un significato nuovo. Nonostante il libro
sia stato scritto negli anni '70 e descriva nella prima parte la conquista
degli spagnoli nulla e' cambiato e se e' vero che gli indigeni non vengono
piu' mandati forzatamente nelle miniere e' sistemáticamente vero che tutti i
lavori piu' umili sono riservati a loro.
Quella ecuadoriana e' una societa' che in questa prima analisi definirei
profondamente violenta, dove la violenza si fa strutturale e permea
qualsiasi strato della societa'.E' violenta, per esempio, l'esclusione
razziale che segrega seguendo il parámetro della pelle: tanto piu' sei
scuro tanto piu' disprezzabile ed insignificante risulti. Qui tutti hanno la
loro etichetta: morenos o negros, diretti discendenti dagli schiavi sfuggiti
dalle piantagioni colombiane e dalle miniere peruviane, mulattos, nati
dall'incrocio quasi sempre illegittimo di bianchi e negri,i mestizos, nati
dall'incrocio tra gli spagnoli e gli inca ed infine i criolli, diretti
discendenti degli spagnoli con la pelle bianca e qualche volta addirittura
biondi e con gli occhi azzurri.
In un paese dove piu' del 60% della popolazione e' composta da mestizos un
sondaggio ha rivelato che quasi tutti si sentono bianchi.Ed e' cosi': il
negro dice di essere mulatto, il mestizo si crede criollo e il criollo si
crede...gringo.
Oltre alla violenza dell'esclusione sociale si aggiunge la violenza della
classe militare corrotta ed ottusa, la violenza della classe política
terrateniente ed industriale menefreghista e arrogante, la violenza
sistematica degli uomini contro le donne e contro i bambini. Mi sembra che
in Ecuador non si parli altro linguaggio che quello della violenza: e' un
paese violentato dalla prepotenza degli altri ed e' in paese nel quale leggi
negli occhi della gente carenza d'affetto e di autoestima enormi.In questo
paese molto piu' che la poverta' abbruttisce la mancanza d'amore.
In Ecuador esistono ancora situazióni che ricordano 100 anni di
solitudine.Ho visto personalmente un pueblo poverissimo in mezo a
piantagioni di cacao e banane nel quale si lavora la terra per conto del
tierrateniente che vive a Quito, arriva in piantagione in elicottero e si fa
trovare nella sua residenza 2 o 3 tredicenni per soddisfare i suoi capricci.
Eppure questo e' un paese capace anche di grandi slanci : la liberta' di
opinione e di stampa e' relativamente buona e cosi' si trovano spazi per
dibattere oltre che coraggiosi esperimenti giornalistici con testate come
il Tintaji che denunciano la corruzione e auspicano il cambiamento.Solo a
Cuenca, inoltre, ci sono il gruppo di Amnesty International, il movimento
universitario per i diritti umani, il grupo degli agricotori
biologici....L'impressione che ho e' quella che l'Ecuador, dietro la
facciata dormiente, nasconda numerosi focolai rinnovatori e anticonformisti.
Non e' un paese facile eppure, come dice la mia capa argentina questo e' un
paese "hijo de puta", nel senso che ti strega e ti affascina non gia' a
livello raziónale quanto piuttosto a livello inconscio...che, se possibile
e' ancora piu' pericoloso.
Quando mi sveglio al mattino non vedo proprio dove altro potrei essere.
Quando vado al mercato (qui i mercati sono una gioia di colori, odori,
suoni), quando riesco a parlare con la gente del posto "normalmente"
superando la diffidenza,scopro che nonostante sia un paese che ti fa uscire
di testa talmente e' lontano dalla nostra realta' e' un paese del quale
fácilmente ci si puo' innnamorare e al quale non si puo' non volere bene.
E quando penso che mancano "solo" 9 mesi al mio ritorno mi sembra che mi
manchi l'aria.
Vi ricordo spesso con affetto.
Un bacio.
Silvia.
04.06.2004