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APPROFONDIMENTI
13 novembre 2004
Il potere dei media
recensione del pensiero di Noan Chomsky
Giacomo Dugo
Noan Chomsky, uno dei più grandi linguisti del secolo, insegna presso il Massachussetts Istitute of Technology e da anni è commentatore attento delle vicende politiche interne e internazionali.
Ne “il potere dei media” Chomsky si interroga per capire qual è l’intreccio tra potere economico, controllo dei mass media e manipolazione del consenso nelle società avanzate.
L’autore apre il suo testo facendo una riflessione sui due concetti di democrazia che il mondo conosce. In base al primo, una società democratica è quelle in cui l’opinione pubblica ha i mezzi per partecipare in modo attivo alla gestione dei propri interessi, e i mezzi di informazione sono aperti e liberi. Un concetto alternativo di democrazia è quello secondo cui si deve impedire all’opinione pubblica di gestire i propri interessi, e i mezzi di informazione devono essere e rimanere sotto stretto e rigido controllo. Questo è sicuramente un concetto molto strano di democrazia , ma è quello che secondo l’autore prevale e così cerca di fare riferimento ai giorni nostri per spiegarceli.
Comincia quindi con l’analisi della prima operazione di propaganda promossa da un governo moderno come quello di Woodrow Wilson eletto presidente degli stati Uniti nel 1916 proprio in pieno conflitto mondiale con lo slogan: “Pace senza vittoria”. Il popolo americano era estremamente pacifista, e non individuava nessun valido motivo per un coinvolgimento nella guerra che si combatteva in Europa. Al contrario l’amministrazione Wilson si era seriamente impegnata a entrare nel conflitto e, quindi doveva lavorare in questa direzione. Fu infatti istituita una commissione di propaganda governativa, chiamata commissione Creel, che riuscì, in sei mesi, a trasformare una popolazione pacifista in una massa isterica e guerrafondaia che voleva distruggere qualsiasi cosa fosse tedesca, fare a pezzi i tedeschi, entrare in guerra e salvare il mondo. Le stesse tecniche di persuasione furono impegnate per scatenare l’isterismo di massa contro il “terrore rosso”, come seccamente fu definito il comunismo. Si riuscì, senza nessuna difficoltà, a distruggere le organizzazioni sindacali e a eliminare problemi reputati pericolosi come quello della libertà di stampa e quello della libera espressione del pensiero politico.
Un altro gruppo colpito positivamente da questi successi fu quello dei teorici liberal-democratici e dei rappresentanti dei media come ad esempio Walter Lippmann decano dei giornalisti americani e importante critico di politica estera e interna e, fra l’altro uno dei maggiori teorici della democrazia liberale coinvolto nelle commissioni di propaganda, di cui riconosceva buoni i risultati. Sosteneva che quella che lui definiva una “rivoluzione nell’arte della democrazia” poteva essere usata per costruire il consenso; vale a dire convincere l’opinione pubblica ad essere d’accordo su argomenti e su problemi a cui generalmente ci si opponeva, sfruttando le moderne tecniche della propaganda. Era convinto che si trattasse di un ottima idea in realtà addirittura necessaria. Egli sosteneva che gli interessi comuni eludono completamente l’opinione pubblica e possono essere compresi e gestiti solo da una classe specializzata di uomini responsabili che siano sufficientemente preparati per comprenderli e gestirli, usando quindi, come sosteneva Lenin, la rivoluzione popolare come forza che permette di conquistare il potere per poi condurre in seguito le masse “stupide” verso un futuro imprevedibile, non controllabile perché troppo sciocche e incompetenti. Si tratta più meno della stessa logica secondo la quale sarebbe sbagliato lasciare che un bambino attraversi la strada da solo. A un bambino di tre anni questa libertà non viene data perché non sa come gestirla. Allo stesso modo non è permesso al branco confuso di partecipare alla gestione delle cose, perché causerebbe soltanto guai, quindi deve semplicemente essere distratto, accettarsi che rimanga tutt’al più spettatore dell’azione, dandogli la possibilità di esprimere, di quando in quando, il consenso verso uno dei leader, tra cui si ha la possibilità di scegliere.
Nel 1935 con il Wagner Act, i lavoratori americani ottennero la loro prima grande vittoria politica: il diritto di organizzarsi. Questo fece emergere due problemi moto seri. Il primo consisteva nel fatto che la democrazia stava funzionando nel modo sbagliato. Il branco confuso stava ottenendo una vittoria dopo l’altra, e questo non era stato sicuramente previsto. L’altro problema era che le massi popolari avevano ottenuto il diritto di organizzarsi. Al contrario i cittadini devono rimanere divisi l’uno dall’altro, isolati e soli.
Nel 1937 ci fu imponente sciopero, lo sciopero dell’acciaio, nella Pensylvania occidentale, a Johnstown. Gli imprenditori sperimentarono una nuova tecnica, che dette ottimi risultati, per lo sgretolamento del fronte operaio. Infatti essi raggiunsero il loro obbiettivo non grazie squadre dei picchiatori ( un sistema che non funzionava più ) ma attraverso i mezzi più sottili ed efficaci della propaganda. L’idea era quella di schierare l’opinione pubblica contro gli scioperanti, indicati come forza disgregante, dannosa per i cittadini e gli interessi comuni. Gli interessi comuni sono appunto i nostri, quelli dell’uomo di affari, quelli del lavoratore, quelli della casalinga. Tutto questo siamo noi. Vogliamo restare uniti. I nostri ideali sono l’armonia, l’americanismo e il lavoare assieme. Invece là ci sono gli scioperanti cattivi che hanno un effetto negativo, sono solo causa di guai, distruggono la nostra armonia e violano l’americanismo. Dobbiamo fermarli. Così potremo vivere tutti insieme. La classe dirigente non si risparmiò alcuno sforzo per diffondere questo messaggio. Si tratta dopotutto della comunità imprenditoriale, che controlla i media e possiede enormi risorse economiche. Queste tecniche furono denominate metodi scientifici per bloccare gli scioperi, e funzionarono molto bene mobilitando l’opinione pubblica a favore di concetti futili e vuoti come quello dell’americanismo. La gente comune avrebbe dovuto stare seduta solo di fronte al televisore mentre le viene inculcato il messaggio secondo cui l’unico valore della nostra vita è quello di accumulare sempre più danaro, oppure quello di vivere come la ricca famiglia borghese che compare sul teleschermo. È questo il senso della vita.
Chomsky ci insegna anche che è necessario stimolare il sostegno dell’opinione pubblica, della popolazione nei confronti di imprese belliche da compiere all’estero. Normalmente la gente è pacifista, come durante la prima guerra mondiale, poiché non individua nessun motivo per cui debba essere coinvolta in guerra fuori dai confini nazionali che comportano solo morte e torture. Si deve quindi stimolare il suo interesse. Per fare questo occorre spaventare la popolazione. Coloro che affermavano di preferire la spesa pubblica alla spesa militare, e che hanno dato questa risposta ai sondaggi d’opinione credettero di essere gli unici ad avere idee così diverse. Non sentirono nessun altro esprimere la stessa opinione. Si è convinti che nessuno abbia le stesse idee. La popolazione deve essere ricondotta all’apatia, all’obbedienza e alla passività così si rimane in disparte, senza credere in alcun modo di unirsi con chi condivide le nostre idee, senza poter avere la possibilità di esprimerle liberamente, ma svegliarci solo con la scossa dei media, che ci utilizzano nelle loro imprese, quelle della classe specializzata. Il risultato di tutto questo è che l’America si ritrova ad affrontare problemi interni di tipo sociale ed economico, che sono costantemente in crescita, forieri di possibili catastrofi; nessuno tra coloro che detengono il potere di fare qualcosa per risolverli ha una proposta seria su cosa fare in merito a questioni quali la sanità, l’istruzione, la carenza di alloggi, la disoccupazione, la criminalità e il deterioramento delle città. L’unica cosa importante è distrarre il branco confuso, perché se l’opinione pubblica inizia a prestare attenzione alla realtà, questo inizierebbe a non piacerle, dato che è la popolazione a trarne svantaggio, ma tenerla buona a guardare il superbowl e le situation comedies potrebbe non essere sufficiente. Occorre stimolarla unendoli nella paura del nemico. Negli anni Trenta Hitler instillò nell’opinione pubblica la paura degli ebrei e degli zingari. Era necessario annientare questi popoli per difendersi. Questi metodi vengono utilizzati anche oggi. Nel corso dell’ultimo decennio, ogni anno o due, è stato regolarmente creato un grande mostro dal quale bisognava difendersi. Nel periodo antecedente la metà degli anni Ottanta, quando l’opinione pubblica era particolarmente fiacca, bastava suonare il disco: arrivano i russi. Ma Bush Senior ha perso questi nemici così ha dovuto crearsene degli altri. Giunsero allora alla ribalta i terroristi internazionali e i narcotrafficanti, gli Arabi impazziti e Saddam Hussein il nuovo Hitler che avrebbe conquistato il mondo.

13 novembre 2004

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