APPROFONDIMENTI
11 gennaio 2005
Attualità di un eretico
Nanni Salio
Gunther Anders, Luomo è antiquato. 1. Considerazioni sullanima nellepoca della seconda rivoluzione industriale, pag.348, euro 26; 2.Sulla distruzione della vita nellepoca della terza rivoluzione industriale, pag.428, euro 28, Bollati Boringhieri, Torino 2003
Lopera e la figura di Gunther Anders sono notoriamente ingombranti e scomode, tanto da essere accantonate in quanto espressione di un radicalismo perdente, inconcludente e fuori moda. Perché allora riproporre le sue riflessioni, che risalgono in gran parte a cinquantanni fa?
Sin dalle prime pagine, Anders dichiara di voler fare una filosofia della tecnica: non un trattato teoretico esaustivo, bensì una semplice filosofia doccasione.
Luomo è antiquato perché si è venuto a creare, in tre fasi successive della rivoluzione industriale, un dislivello prometeico tra lui e gli oggetti tecnici che ha costruito, che lo hanno reso antropologicamente inadeguato. Cè uno scarto tra la sua capacità di previsione, di immaginazione e la capacità di produzione.
La semplice e apparentemente chiara dicotomia tracciata da Max Weber, poco meno di un secolo fa, tra etica della intenzioni ed etica della responsabilità non è più sufficiente perché questultima si basava proprio sulla prevedibilità, almeno probabilistica, del corso delle nostre azioni per poterne valutare le conseguenze e assumersene la responsabilità.
Da tempo non è più così. Anders individua un mutamento progressivo nelle tre fasi della rivoluzione industriale, intesa non tanto in senso cronologico quanto nelle sue ricadute antropologiche sullindividuo. Come sintetizza Costanzo Preve nella bella introduzione, durante la prima rivoluzione industriale avviene un processo di iterazione che porta a produrre macchine mediante altre macchine. Nella seconda, i bisogni vengono prodotti industrialmente e la pubblicità, nata negli USA durante la prima guerra mondiale per convincere lopinione pubblica della necessità di entrare in guerra, assume un valore determinante. Nella terza, infine, ci si avvia verso la produzione irreversibile della propria distruzione che rende obsoleto limperativo kantiano di non usare luomo come mezzo o come strumento. Ora luomo è diventato materia prima.
Il momento cruciale di rottura è dato dalla invenzione, costruzione e sperimentazione della bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. Questo è il punto di non ritorno dellumanità che dovrà affrontare la possibilità di autoannientamento che ora sta nelle sue mani e non più nel fato o nella natura esterna.
Che cosa è avvenuto in questo mezzo secolo? Dobbiamo assumere il principio disperazione di Anders e il suo pessimismo oppure ci sono alternative? Qual è lultima volta che ci siamo preoccupati della bomba?
Dopo le stagioni della protesta degli anni 50 e 60 contro la corsa agli armamenti nucleari e i test in atmosfera, la grande mobilitazione è avvenuta tra la fine degli anni 70 e i primi anni 80, durante la crisi degli euromissili in Europa. I frutti di quella protesta furono raccolti solo alcuni anni dopo, nel 1987, quando avvenne lo storico accordo che portò allo smantellamento dei missili e, nel 1989, alla fine della guerra fredda.
Ne seguì un periodo di rimozione del pericolo, sempre incombente, delle armi nucleari, di euforia superficiale che intravedeva un roseo futuro di pace, seguito bruscamente, dopo soli due anni, dal ritorno della guerra in Europa, nei Balcani, e dal susseguirsi delle crisi in Medioriente, a cominciare dalla guerra del Golfo. Il decennio successivo ha visto la recrudescenza della proliferazione nucleare, con la corsa tra India e Pakistan, il tentativo di altri paesi islamici (Iraq, Iran, Arabia Saudita) di dotarsi dellarma atomica, e infine la crisi della Corea del Nord, entrata anchessa nel club nucleare.
Linizio del terzo millennio, il cui primo decennio è stato dedicato dalle Nazioni Unite alleducazione alla nonviolenza dei bambini e delle bambine del mondo non poteva cominciare sotto peggiori auspici, con lattentato dell11 settembre 2001. Durante questi anni, abbiamo assistito alluso sempre più massiccio, fraudolento e impunito della propaganda mediatica culminata nel vano tentativo di giustificare linvasione dellIraq da parte delle due potenze anglosassoni: Anders aveva visto giusto, con anni di anticipo, quanto poteva essere perverso luso sistematico della menzogna attraverso la propaganda per creare consenso, obbedienza, subordinazione e quanto era riduttivo il limitarsi alla semplice condanna delluso delle armi nucleari, senza vietarne la produzione e il possesso. Come è potuto avvenire tutto ciò? Non si è verificata solo una eterogenesi dei fini, ma anche una simmetrica eterogenesi dei mezzi.
Sin qui il filosofo, ma cosa pensano gli scienziati e i tecnici? Più che di scienza, tecnica o tecnoscienza, dovremmo occuparci di cosa pensano, di cosa fanno, di come operano le persone, i soggetti che lavorano nei laboratori di ricerca, sulla scia di lavori come quelli di Bruno Latour che da anni entra dalla porta di servizio per vedere la scienza in costruzione, prima che la scienza pronta per luso (La scienza in azione, Comunità, Milano 1998). Scopriremmo allora che in questo ultimo mezzo secolo sono sorte varie categorie di scienziati: da quelli militari, ingabbiati nel complesso militare-industriale, agli scienziati-imprenditori , interessati a brevettare e speculare sulla proprietà intellettuale, ai negazionisti dellultima ora che minimizzano e ridicolizzano coloro che, come gli scienziati responsabili e preoccupati dellUCS (Union of Concerned Scientist) e i climatologi dellIPPC, mettono in guardia lumanità dai rischi che sta correndo, non solo per il proliferare della armi nucleari, ma anche per lincipiente cambiamento climatico indotto dallattività antropica. Non è tutto: il grido dallarme lanciato da Bill Joy (Perché il futuro non ha bisogno di noi http://www.tmcrew.org/eco/nanotecnologia/billjoy.htm ) sul pericolo delle nuove high tech (robotica, bioingegneria, nanotecnologia) proviene dal cuore stesso dellestablishment tecnoscientifico statunitense e sconfina nei più inquietanti scenari fantascientifici, che a suo tempo Anders non poteva neppure immaginare.
E avvenuto infatti quello che acutamente egli aveva già osservato: il passaggio dal locale al globale. Gli esperimenti nucleari oggi non sono più esperimenti
Quelli che vengono chiamati esperimenti sono
porzioni della nostra realtà
sono avvenimenti storici. Siamo passati dallesperimento di laboratorio, che permetteva di controllare una sezione circoscritta del reale, a esperimenti compiuti direttamente nel laboratorio-mondo, sullintero pianeta, con lumanità che funge da cavia. Mentre la scienza tradizionale è nata in laboratorio ed è stata costruita per prove ed errori, imparando dagli errori stessi che si commettevano, ora ci troviamo ad avere bisogno di una nuova scienza, che non esiste ancora, una scienza postmoderna (Silvio Funtowicz e Jerry Ravetz, www.nusap.net ). Abbiamo un solo pianeta e una sola umanità, non ce ne sono altri di riserva. Conduciamo esperimenti non su singole parti, ma sullinsieme e non possediamo una conoscenza certa, esaustiva, a prova di errore.
Dobbiamo procedere con cautela, se non vogliamo cadere né nella disperazione né in un cieco avventurismo. Imparare dagli errori, seguire procedure error-friendliness, che consentano la reversibilità del corso dazione in presenza di errori non previsti è la strada razionale da imboccare, approfondendo la conoscenza del principio di precauzione (autentico principio di responsabilità su cui costruire una nuova etica per i tecnoscienziati), anchesso troppo spesso sbeffeggiato dai negazionisti.
Abbiamo costruito una società globale del rischio (Ulrich Beck) e dellincertezza (Zygmunt Bauman) e dobbiamo, di conseguenza, elaborare anche unetica dellincertezza, basata sulla consapevolezza della nostra ignoranza, della possibilità di sbagliare e della necessità di poter tornare indietro, sui nostri passi per correggere gli errori commessi.
11.01.2005