APPROFONDIMENTI
16 novembre 2006
Chihuahua
“Otra Campana”
Roberto
Siamo a Chihuahua, nord del Messico. Centinaia di persone aderenti alla Sesta Dichiarazione della Selva Lacandona sono riunite in un assemblea plenaria e, mentre si susseguono gli interventi di varie organizzazioni e collettivi che presentano i loro problemi e le loro forme di lotta, cerco di riordinare un po' le idee. Gli ultimi giorni sono stati emozionalmente molto intensi, troppe esperienze forti concentrate in poco tempo, e un dolore immenso per quello che sta succedendo a Oaxaca.
E' difficile raccontare tutto ciò; è difficile soprattutto perchè la rabbia per tutte le ingiustizie ascoltate e viste in questi giorni si somma alla rabbia per l'ennesima ondata di repressione, per le morti impuni di giovani, maestri, bambini per mano di governi e milizie che continuano invariabilmente a difendere sempre e solo gli interessi di pochi schiacciando sogni, speranze e bisogni della gente comune, di quella moltitudine sfruttata, bistrattata e oppressa che poi costituisce la grande maggioranza del popolo.
In certi momenti un senso di impotenza e di scoramento sembrano prendere il sopravvento, poi l'energia positiva che sprigiona l'unione di tutte queste voci, la dignità di queste genti, la forza incredibile che scaturisce da queste ribellioni, torna a far sorridere il mio cuore, che di nuovo si riempie di speranza.
E come non potrebbe essere altrimenti se ancora continua a lottare Carlos, che lavora in una maquiladora qui a Chihuahua (le maquilas sono fabbriche a catena di montaggio) 12 ore al giorno, guadagnando 50 centesimi di euro all'ora; che è stato licenziato solo perchè ha voluto aiutare una collega che era svenuta e che il patron aveva lasciato distesa a terra proibendo a qualsiasi lavoratore di soccorrerla; che ha passato 6 anni da indigente perchè la sua militanza sindacale gli aveva precluso qualsiasi altra assunzione.
Con che diritto posso io perdere la speranza quando Diana, indigena zapoteca dello stato di Oaxaca ora in fiamme, dopo aver passato tre mesi in piazza (vivendo con la sua bambina sotto teloni di plastica) per rivendicare i propri diritti e per richiedere la destituzione di un governatore criminale, cammina per 18 giorni con sua figlia sulle schiena (tutta la marcia per la dignità che l'APPO - Asemblea Popular del Pueblo de Oaxaca - ha organizzato da Oaxaca a Città del Messico) arrivando alla capitale distrutta, con i piedi fasciati e insanguinati e...comincia uno sciopero della fame che porta avanti da più di 10 giorni.
Come non inchinarsi di fronte alla dignità e alla forza di questa gente?
Come non credere che le cose cambieranno, quando si incontrano personaggi come Luiz Diaz Flores, del proyecto de la Escuela Preparatoria Popular del Valle del Yaqui, di Ciudad Obregon, Sonora, che porta avanti con finanziamenti propri, lavoro volontario e risorse umane minime un progetto di educazione per adulti, soprattutto contadini analfabeti, attraverso un programma teatrale e con una serie di laboratori e corsi che puntano a valorizzare la cultura del riciclaggio, a sviluppare l'agricoltura biologica, a recuperare le conoscenze della medicina tradizionale Yaqui (che è una etnia indigena dello stato settentrionale del Sonora) e ad interscambiarle con la medicina Maya.
Si, è necessario continuare a crederci, continuare a sognare.
Questo è il primo grande insegnamento delle comunità indigene del Messico.
Certo, perchè abbiamo incontrato il popolo O'odham, che ci ha raccontato che la sua terra, divisa a metà dalla frontiera tra Messico e Stati Uniti, è utilizzata dagli americani per depositare i loro rifiuti (tossici). Eppure continua a lottare.
Abbiamo incontrato il popolo Seri, che vive miseramente in case di cartone senza drenaggio, senza servizi di base, e ci ha raccontato che rischiano di perdere la Isla del Tiburòn, dove vivono da sempre, per un progetto turistico. Eppure continuano a lottare.
Il popolo Pima, che vive in una zona di difficile accessibilità, ma di enorme bellezza, denuncia con rabbia che le loro terre sono minacciate da un dupilice nemico: da un lato i narcos, che li obbligano a seminare Marijuana invece del maiz, indispensabile per la loro sussistenza - in modo poi da coprirsi le spalle nel momento in cui queste piantagioni vengano scoperte incolpando i Pima - e dall'altro i ricchi allevatori della zona, che vogliono impossessarsi delle terre per il loro bestiame. Eppure, nonostante tutto ciò, i Pima continuano a lottare.
Ce lo insegnano i popoli Yaqui e Mayos, le cui parole ricche di poesia comunicano una fusione con la natura a cui dovremo ritornare tutti. "La mia unica legge, l'aria; la mia unica patria, il mare", con queste parole ci accoglie il corpo di anziani, autorità della comunità Punta la Laguna, che denuncia la privatizzazione dell'acqua, le concessioni che vengono fatte alle imprese multinazionali per sfruttare le acque dei fiumi Yaqui e Mayo, le cui acque sono così importanti per le comunità locali. Nonostante tutto, continuano a lottare.
Siamo poi stati nella sierra Tarahumara, dove abbiamo incontrato i Raramuris, che - come tutti i popoli indigeni - fanno della protezione della natura una missione di vita. Ma anche qui, il commercio e il saccheggio illegale del legname sta distruggendo i boschi, la privatizzazione dell'acqua prosciuga i fiumi, il conflitto della terra lacera le comunitá, il narcotraffico devia la economia locale. Ma anche qui, abbiamo incontrato un popolo che fa della dignitá e della resistenza un baluardo.
Di fronte alla barbarie del potere, operata per mano dell'esercito e della polizia, sono i contadini, gli operai, la gente comune, le comunitá indigene a illuminare il cammino, a indicarci la strada che dobbiamo percorrere per affrontare questo immenso mostro che é il sistema capitalista.