Dal 24 aprile al 6 maggio L'isola che c'è ha partecipato - con Marco e Filippo - ad un viaggio di conoscenza organizzato dalla Ong Fratelli dell’Uomo nella regione di Junìn, in Perù, dove lavora dal 2004 a dei progetti di sviluppo locale.
Siamo andati con una delegazione di diverse realtà della Lombardia, con l'intento di attivare uno scambio con le realtà locali.
Per noi il significato principale era quello di conoscere altre "red de economia solidaria", di quelle che operano direttamente nel sud, per provare a capire anche quando la nostra azione locale qui guarda a sud.
Il viaggio è ben raccontato da questo articolo di Filippo (in pdf a questo link):
Si parla molto di reti di economia solidale. Ma che cosa è questa “rete”? Ma quanto è grande questa “rete”? Fin dove si spingono i discorsi che facciamo su una economia più giusta e solidale?
Spesso si dice che l'alternativa ad un sistema globale che opprime i tanti “Sud” possa partire dal ripensare i meccanismi dell'economia dei “Nord”. Un mondo diviso, una bussola da leggere al contrario, una riflessione che diventa ancora più attuale quando la ONG Fratelli dell'uomo (FdU) invita L'isola che c'è a partecipare ad uno scambio con alcune associazioni peruviane che si occupano di sviluppo locale.
Insieme a noi un ingegnere del Politecnico, rappresentanti di enti locali, esponenti dell'associazionismo lombardo legato ai temi della cooperazione internazionale, il responsabile di un'azienda pubblica per la gestione delle acque. Noi (Marco e Filippo) siamo quelli della “rete di economia solidale”. A tutti è chiesto di condividere esperienze, strategie, domande per provare insieme a costruire legami tra risposte a problemi forse comuni.
Facile, no?...soprattutto quando l'unica domanda che viene in mente, preparando le valigie, è: “cosa andiamo a raccontargli?”. La diversità dei contesti, delle problematiche sembrano infatti inconciliabili: nonostante il sistema globale “stia stretto” a entrambi, viene spontaneo pensare che comunque a loro risulti molto più scomodo.
Dodici ore in groppa ad un aereo pieno di tanti volti che tornano a casa e ci troviamo dall'altra parte del mondo, dove la gente si sveglia quando noi andiamo a dormire. Ci accoglie la fumosa frenesia di Lima, le auto di tutte le forme che si inseguono tra le sue strade schivando persone indaffarate nei loro mille lavori. A rimetterci in cammino sono gli incontri tra noi italiani e le persone che ci accompagnano, in particolare i membri delle ONG partner del progetto di FdU qui in Perù: sono loro a farci entrate in queste realtà per loro familiari ma che per noi necessitano di traduzione, di uno sguardo che ci permetta di ascoltare con attenzione. Sono incontri a volta molto ufficiali, all'apparenza formali ma che dicono una accoglienza rispettosa e orgogliosa, altre volte più semplici, consumati a tavola durante una cena. È allora che il misultin lombardo incontra il cebice limeño, il pesce macerato nel limone, piatto tipico peruviano: due mondi si incontrano nella convivialità delle loro differenze, nel chiedersi cosa l'uno vede dell'altro.
È in questo contesto che ci è chiesto di spiegare che cosa sia una rete di economia solidale, che cosa fa, che cosa crea. La risposta non è sempre facile da costruire, ma ci accorgiamo che nel confronto si creano spazi di intesa.
Quando saliamo sulle Ande, dove l'aria si fa sottile e il respiro pesante, il paesaggio sembra cambiare radicalmente: i lama in lontananza, accompagnati dai loro silenti pastori dagli occhi scuri, ci ricordano della calma che bisogna avere per camminare a queste altezze. Qui ci sembra di incontrare il “vero” Perù, quello in cui le ONG che abbiamo conosciuto, organizzate nel Consorcio Junin (dal nome della regione del Perù in cui ci troviamo), da alcuni anni portano avanti un paziente lavoro di cucitura di relazioni tra cittadini e amministrazioni pubbliche, tra produttori in cerca di mercati e famiglie che chiedono l'accesso a servizi di base. In questa terra, stuprata dalle miniere, visitiamo progetti di potabilizzazione e depurazione d'acqua, caseifici, laboratori in cui si produce marmellata di sambuco e patate native fritte. Nei paesini che raggiungiamo attraverso vertiginose stradine incontriamo persone desiderose di raccontare come immaginano il loro futuro ma anche di chiedere di continuare a sostenerle, anche economicamente. A volte la pelle bianca da gringo pesa e ti fa assomigliare ad un portafogli pieno di dollari: retaggio di un passato ancora presente da colonizzatori, segnale che oltre a nuovi progetti occorrono nuovi stili di relazione. Problemi complessi, un po' invecchiati ma sempre attuali quando ci si addentra nelle intricate dinamiche della cooperazione internazionale.
Quali alternative proporre? Che senso hanno i discorsi, i progetti concreti che facciamo visti da qui?
A volte quando ci è chiesto di rispondere è meglio ascoltare. Ascoltare chi si è posto le stesse domande, che ci assomiglia anche solo per chiamarsi come noi. Incontriamo infatti i rappresentanti della Red de economia solidaria del Perù, ascoltiamo la loro lettura del contesto peruviano e ci è facile specchiarci nei loro ragionamenti, vicini ai nostri. Ci raccontano che l'ispirazione della loro azione nasce anche dall'esperienza delle cooperative di Trento, ci spiegano emozionati che nella selva peruviana stanno coinvolgendo gruppi di famiglie nella creazione di piccoli gruppi di risparmio, micro – casse rurali della gente e per la gente: difficilissimo l'avvio, difficilissimo coinvolgere ma “sì, è possibile!”. Ci confidano che “non esistono aiuti solidali”, perché l'aiuto presuppone una dipendenza, ma “impulsi solidali” che consentano alla gente di costruire da sola i propri sogni. Il ruolo della rete qui è quello di “cuidar la confiancia” (prendersi cura della fiducia), fare in modo che le persone sentano la forza che viene dallo stare unita, proponendo delle filiere che non siano solo catene produttive, ma catene di valori. Paradossale, in un contesto che sembra mancare di cose, ma efficace alla luce della loro esperienza, è il mettere al centro il “tema del espiritu”, non come ingenuo spiritualismo provvidenziale, ma come richiamo costante ad una mistica che ispiri pensieri e prassi, desideri e azioni, che trasformi i problemi in opzioni concrete di cambiamento.
E la bussola si rompe, e ci ritroviamo a parlare della necessità di una cooperazione “Sud – Sud” e “Nord – Nord”, non come localismo solipsista, ma come un affidare alle comunità locali la capacità di costruire le sue soluzioni, in cui l'essere solidali sia un nuovo modo di accompagnare e non una maniera gentile di indicare la strada giusta.
Fili tesi tra i laghi lariani e la selva peruviana, che raccontano di come la “rete” di relazioni e azioni possa veramente superare gli oceani, che il sistema è unico ma le risposte sono molte, tutte diverse, tutte vicine.
Torno a casa e penso che mentre qui c'è il sole, in Perù è notte, che mentre sulle Ande la gente saluta il tramonto e riposa, a noi qui è chiesto di svegliarci.
Filippo Pallotta, L’isola che c’è – rete comasca di economia solidale