APPROFONDIMENTI
20 luglio 2009
PERU: UN’ALTRA STORIA
Lorenzo Grimaldi
Durante un viaggio in una comunità indigena Quechua del fiume Pastaza nell’Amazzonia peruviana chiesi a un ragazzo se conosceva le zone del territorio comunitario inquinate dall’attività petrolifera di Pluspetrol, nel lotto 1AB. Mi rispose - le zone inquinate le ho disegnate nel cuore e nella mente, perchè questa è la mia terra e la terra della mia comunità-.
Il lotto 1AB vicino alla frontiera equadoriana, nel nord dell’Amazzonia peruviana, è uno dei territori più selvaggiamente colpiti dalla presenza delle aziende petrolifere. La storia risale agli anni ’70 quando l’impresa Occidental Petroleum Corporation (OXY) inizia le operazioni di sfruttamento nel territorio delle comunità indigene Achuar. Dal 2000 l’impresa argentina Pluspetrol rileva l’attività estrattiva di OXY nella zona. Contro quest’ultima è stato aperto un giudizio negli Stati Uniti per l’inquinamento occasionato nel lotto 1AB.
Il 60% del territorio peruviano è coperto dalla foresta amazzonica, dove vivono 400 mila indigeni o nativi appartenenti a circa 70 gruppi etnici diversi. Molte culture amazzoniche sono scomparse, alcuni esperti denunciano la presenza di solo 12 famiglie linguistiche rimanenti.
Questi indigeni hanno resistito e lottato durante gli ultimi 500 anni, contro gli Inca, gli Spagnoli, i coloni avidi di terra e legname, contro sendero luminoso che strappava i figli di questa terra per arruolarli nella guerriglia e adesso contro chi depreda e distrugge il loro territorio.
Alcuni popoli dell’Amazzonia non sono mai stati conquistati. Tra loro, tutte le popolazioni che parlano una lingua Jibaro: Achuar, Huampis, Awajun.
Oggi, il 70% della selva peruviana è diviso in tante figure geometriche artificiali che vengono chiamate lotti. Ognuna è identificata con un codice alfanumerico. Ognuna di queste figure rappresenta una parte di territorio che viene data in concessione a multinazionali per lo sfruttamento del gas, del petrolio o di altre risorse naturali.
Le imprese pagano una quota al Governo per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo peruviano. Nel migliore dei casi accordano il loro ingresso con le comunità native. Questo accordo si basa su regalie e viene ottenuto occultando molte verità che hanno a che vedere con le conseguenze dello sfruttamento petrolifero. Queste verità si evidenziano nel corso degli anni. Ogni impresa sa che sfruttare un giacimento petrolifero nell’Amazzonia comporta dei danni in molti casi irreversibili sul territorio. E sa anche che i costi per rimediare all’inquinamento provocato sono altissimi. Per cui la sua politica è quella di mascherare l’inquinamento e occultare la reale dimensione dei danni provocati, fino al momento in cui il giacimento non è più fruttifero e quindi abbandonare rapidamente la zona per altre oasi biologiche da sfruttare. L’attività estrattiva può durare fino a 30 anni, un periodo breve per un’impresa e breve anche nell’ottica di vita di una comunità indigena. La presenza delle imprese nel territorio delle comunità indigene amazzoniche – che tradizionalmente vivono di caccia e pesca – significa distruzione del loro habitat, inquinamento dei fiumi e del territorio, allontanamento permanente della fauna e contaminazione dei pesci. Vivere in un territorio inquinato da greggio e prodotti chimici significa malattie e morte per gli esseri umani. Questo si aggrava vedendo la situazione del sistema sanitario nella selva. Secondo l’Istituto Nazionale di Statistiche e Informatica, il 20% della popolazione della selva amazzonica è analfabeta e il 60% non ha accesso ai servizi di salute.
Le multinazionali portano inoltre un cambiamento profondo nel modo di vivere e quindi nella cultura delle popolazioni indigene dell’Amazzonia, la cui diversità culturale è costantemente minacciata dalle politiche governative e dall’atteggiamento depredatore delle imprese stesse.
Nelle mappe territoriali governative l’Amazzonia è visualizzata come un grande spazio verde.
Le multinazionali del petrolio pagano il governo per sfruttare le risorse delle comunità indigene e regalano caramelle ai nativi, spesso visti solo come ‘selvaggi’.
L’anno passato, di fronte alla promulgazione di due decreti che attentavano alla vita stessa delle comunità, facilitando la vendita del loro territorio, gli indigeni peruviani dell’Amazzonia e delle Ande hanno iniziato uno sciopero che informò molti peruviani che quel grande prato verde era abitato.
Dal 9 di aprile di questo anno uno sciopero dei popoli indigeni amazzonici si apre nel cuore nero della foresta. Quel cuore coperto di petrolio, di interessi, di morte e malattie. Gli indigeni affrontano a volte giorni di viaggio per andare ad occupare oleodotti, strade, pozzi e basi petrolifere.
Una serie di decreti governativi minaccia nuovamente la loro esistenza, come esseri umani e come popoli portatori di una cultura e di una ricchezza: i decreti legislativi 1090, 1064, 1020, 1089 e le leggi 29317 e 29338. Questi decreti sono nati senza il consenso delle comunità indigene, privandole del diritto ad essere consultate stabilito dalla Convenzione 169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL), e minacciano seriamente il loro territorio, fondamentale per la riproduzione e sopravvivenza. Allo stesso tempo sono portatori di una visione mercantilistica della terra che si contrappone alla cosmovisione dei popoli indigeni dove non si può usare la Madre Terra, ma se ne fa parte.
Mentre le comunità indigene si organizzano nello sciopero, la maggiore organizzazione dei popoli amazzonici che raggruppa 1350 comunità della selva peruviana, Aidesep, cerca di creare uno spazio per il dialogo con il governo, per arrivare alla deroga dei suddetti decreti.
Il Governo in piena negoziazione dichiara lo Stato di Emergenza in 6 distretti del paese. Questo comporta la sospensione delle garanzie personali in questi distretti.
Il dialogo, tentato per quasi 50 giorni, non porta a nessun accordo, (e la deroga non viene mai presa in considerazione nell’agenda del Governo.) Il 4 giugno il Congresso Peruviano chiude la porta alla possibile deroga di uno dei decreti più soggetti a polemica, il 1090. Il presidente Alan Garcia dichiara sui giornali nazionali: ‘il tempo del dialogo è finito, adesso è tempo di riportare l’ordine nel paese’.
Nella notte del 4 giugno nella cittadina di Jaen, vicino Bagua, durante una riunione tra i dirigenti indigeni accompagnati da autorità religiose, la polizia locale informa di aver ricevuto l’ordine di sgombero, concedendo tempo ai dimostranti fino alle 10 di mattina, per lasciare libera la strada.
Prima dell’alba, la polizia proveniente da più direzioni attacca i manifestanti, non sono solo spari di lacrimogeni quelli che provengono dalla Curva del Diavolo, sono fucili, ed i colpi sono mirati alle persone. Cade una persona, ne segue un’altra, il pericolo viene da ogni direzione, dalla terra e dal cielo, si spara da elicotteri. Awajun e Huampis presenti nel blocco di strade sono armati di lance e machete. Attaccano il pericolo, fino ad arrivare al corpo a corpo. Alle 7 di mattina la polizia riuscirà a riportare l’ordine sulla strada di Bagua.
Cosa sia successo realmente in quelle ore tremende, è una verità che fatica a farsi spazio, in mezzo a quello che rimane di quella mattinata: dolore, tanto dolore, e parole. Dolore tra i corpi, dolore nei familiari, alcuni compaiono nei primi video, su youtube, altri sono fotografati da qualche sventurato passante. E poi la melodia lenta delle parole, alcune convulse e piene di emozione, altre ingoiate nel silenzio. A lato prende corpo il ballo macabro dei giornali, delle televisioni, del presidente Alan Garcia, del primo ministro Yehude Simon. I primi giornali informano di 14 morti, 3 indigeni e 11 poliziotti. Poi inizia a crescere con il passare del tempo il numero di indigeni uccisi. Il giorno seguente sono 10 gli indigeni ufficialmente riconosciuti uccisi durante lo scontro con la polizia. Alcune fonti non ufficiali affermano che sono molti di più gli indigeni uccisi, ci sono decine di desaparecidos, si parla di corpi bruciati da parte della polizia e gettati nel fiume dagli elicotteri. Le foto di alcuni corpi riportano segni di bruciature.
Allo stesso tempo le notizie corrono, mentre la Curva del Diavolo è messa a ferro e fuoco, gli indigeni si comunicano per radio. La notizia della brutale aggressione della polizia arriva agli Awajun che da mesi sono di fronte alla Stazione 6. Lì, si riuniscono gli oleodotti del nord dell’Amazzonia peruviana. Gli indigeni pieni di rabbia attaccano la polizia che difende la base petrolifera. Alcune fonti parlano di 400, altre di 1000 indigeni. I giornali parleranno di 12 poliziotti uccisi, nessun indigeno.
Dopo il 5 giugno, per 5 giorni, la polizia circonda tutta la zona dove sono avvenuti gli scontri non permettendo a nessuno l’ingresso. Nella cittadina di Bagua si dichiara il coprifuoco. Le organizzazioni di diritti umani che entrano dopo questo tempo informano che la zona è stata completamente ripulita. Neppure un bossolo di cartuccia e’ stato rinvenuto.
Aprodeh, organizzazione peruviana dei diritti umani dichiara la presenza di 65 indigeni desaparecidos.
67 sono gli indigeni dichiarati in arresto, considerando coloro che sono stati detenuti il giorno stesso degli scontri ed i feriti con ordine di cattura.
Nei giorni seguenti le proteste e gli atti di solidarietà si moltiplicano in tutto il Perù ed a livello internazionale, nonostante la campagna di disinformazione messa in atto dai partiti al governo e dai mezzi di comunicazione ufficiali. Ogni venti minuti canali televisivi come Canal 4 e Canal 7 passano lo slogan dell’APRA che mostra i corpi dei poliziotti morti a Bagua e le lance degli indigeni dipinti come selvaggi, aggressori della pace e del progresso del paese.
Dopo gli eventi di Bagua il leader di Aidesep Alberto Pisango è costretto a chiedere asilo politico all’ambasciata nicaraguense. Su di lui pende un mandato di cattura per essere considerato responsabile degli eventi di violenza accaduti. Pisango da quasi due mesi si trovava a Lima per tentare il dialogo con il governo.
Il 11 di giugno 7 congressisti del Partito Nazionalista Peruviano, parte dell’opposizione all’attuale governo dell’APRA, sono sospesi dal loro incarico per 120 giorni per aver occupato il Congresso, durante una sua sessione, con manifesti a favore della lotta delle comunità indigene della selva amazzonica.
Lo stesso giorno migliaia di persone marciano nella capitale peruviana e in altre città in solidarietà con lo sciopero amazzonico, pronunciandosi contro la repressione del Governo.
Il 12 giugno centinaia di campesinos in solidarietà con la protesta delle comunità indigene della selva amazzonica e manifestandosi contro la violenza decretata por il governo occupano l’aeroporto di Andahuaylas.
Indigeni Ashaninka occupano un ponte strategico a San Ramon bloccando l’accesso alla selva centrale.
Il 14 giugno l’avvocato dell’Istituto di Difesa Legale (IDL) Carlos Rivera viene arrestato nell’aeroporto internazionale Jorge Chavez, per un processo aperto l’anno passato, senza nessuna notificazione previa. Carlos Rivera è rappresentante della parte civile nel processo penale contro Fujimori per gli assassinii degli studenti di La Cantuta e Barrios Alto e in questo momento sta seguendo il caso del massacro di El Fronton, successo durante il primo governo di Alan Garcia.
Il 15 giugno il primo ministro Yehude Simon promette in una riunione con vari leader indigeni dell’Amazzonia di appoggiare la deroga dei decreti 1090 e 1064 di fronte al potere legislativo.
Il 18 giugno vengono derogati i due decreti suddetti, mentre le altre leggi seguono il loro cammino, ancora lontano da quello di chi due mesi fa ha lasciato le proprie case per andare a mostrare la propria esistenza.
La discriminazione costante da parte della società peruviana a cui sono soggette le popolazioni indigene porta a vedere i nativi come selvaggi inutili al progresso. Dopo la durissima repressione di Bagua, lo stesso Presidente Alan Garcia afferma riferendosi agli indigeni: ‘questi non sono cittadini di prima classe’.
Il 19 giugno la Missione della Federazione Internazionale dei Diritti Umani (MFDU) presenta un riassunto dell’indagine svolta a Bagua, dove si mostra preoccupazione per l’uso sproporzionato della forza da parte delle forze dell’ordine.
‘Fino ad oggi il Governo non ha reso pubblica nessuna relazione sui fatti accaduti a Bagua che sia coerente con gli eventi, diverse autorità hanno segnalato gli ‘errori’ compiuti dall’operativo. Le informazioni sui morti, i feriti, i desaparecidos sono incomplete e contraddittorie.
Le testimonianze raccolte indicano stime di morti e desaparecidos superiori alle cifre ufficiali’.
La Missione dichiara inoltre che i detenuti nella Curva del Diavolo sono rimasti incomunicati per 5 giorni, e che durante questo tempo hanno ricevuto maltrattamenti fisici e psicologici. Alcune testimonianze parlano di torture da parte della polizia ai detenuti Awajun.
Bagua e i fatti che sono seguiti nei giorni successivi rappresentano gravi violazioni ai diritti umani della popolazione indigena e civile, continua l’informe della Missione.
Nei prossimi giorni sarà presentata una relazione finale da parte del MSDU al governo peruviano.
Occorre verità sui fatti accaduti, per i familiari delle persone uccise e dei desaparecidos, per la pace in questo paese.
Occorre giustizia.
La lotta dei popoli indigeni per difendere la Madre Terra, è una lotta di tutti, è un dovere dell’umanità se vogliamo continuare ad abitare questo pianeta.