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APPROFONDIMENTI
22 luglio 2009
VENTI DI GUERRA
Rina Del Pero
Già nel lontano 1982, in ARGENTINA, sentimmo i primi venti di guerra , noi che eravamo la generazione nata dopo l’ultima guerra mondiale e che la libertà l’avevamo avuta in dono, senza neppure ringraziare.

Dopo gli anni degli hippy, dei Beatleas, dei viaggi nei grandi spazi dell’United States e dei santoni indiani, la voglia di conoscere e la fame di sapere ci portarono lontano, lontano e arrivammo così alla CAPITAL (  gli argentini chiamano in questo modo  BUENOS AIRES) ma all’orizzonte già minacciose erano le nubi sulle MALVINAS, le famose isole FALKLAND dove vento e belati di greggi immensi di pecore,  furono spettatori dell’immane scontro con il colosso britannico.

Poi, via via, incontrammo ancora i signori della guerra, che non vanno mai in vacanza, in terre vicinissime a noi, appena di là dal mare. Increduli ,vedemmo interi paesi morti, svuotati di persone e di storia, cumuli su cumuli di macerie e la vita che continua comunque, anche all’orfanotrofio di Sarajevo con questi piccoli uomini del domani con gli occhi affamati di carezze. Carezze che bramavano altri uomini e donne rinchiusi nel manicomio dal nome ‘strano’ :HOPE 87 (speranza!) costruito dall’Unesco nel 1997, con i quali cantavamo le nostre canzoni italiane sgangherate.

La notte passavamo, nel buio più completo, il confine invisibile con la Serbia per dormire in quel che restava di case, una volta anche degne di questo nome. Nessun vetro alle finestre, scale fatiscenti ma sulla porta trovavi il sorriso caldo di quella giovane donna che ti ospitava. Era rimasta sola troppo presto perché la guerra le aveva tolto il suo uomo e lasciato solo una piccola figlia.

Arrivò anche il cambio di secolo e ci ritrovammo in Palestina, con altri compagni di viaggio ma uguali nel cercare e nel tentar di capire. Quasi una vacanza, ma toccammo con mano la crudeltà della guerra.

Facemmo presto l’abitudine al vedere gente normale girare sul bus, per strada, nei negozi, armata di mitra e pistole e i controlli agli innumerevoli chek point erano quotidianità.

Passammo le notti con il coprifuoco sulle terrazze dell’ospedale francese di Bethemme a guardare il cielo illuminato da fuochi, verso Gaza. Non erano fuochi d’artificio per Ferragosto, erano la prova della stupidità della mente umana.

 Di giorno condividevamo il lavoro con i muratori palestinesi che costruivano la piscina per i bambini dell’orfanotrofio e quando un mattino li vedemmo chinarsi a terra, pensammo al momento della preghiera musulmana. Loro avevano invece già percepito l’arrivo di un colpo di mortaio che sibilando, era passato sulle nostre teste sbigottite. Anche una sera ,l’arrivo di un tracciante ci colse mentre conversavamo tranquillamente nel piccolo giardino davanti alla nursery. Una saetta  attraversò il cielo lasciando una scia, quasi come una cometa, e a Betlemme ne avevano viste di ben altro tipo!

Persino la statua della Vergine Maria, che domina  dall'alto l'orfanotrofio di Suor Sofie, fu colpita e alcune dita furono spezzate.  

Qualche anno dopo, ci ritrovammo davanti alla Porta di Damasco, a Gerusalemme nel giorno in cui tutti i musulmani si recavano alla grande spianata delle Moschee per la preghiera del venerdì. Fu un attimo: tanta era l’affluenza dei fedeli che arrivano dalla stazione dei minibus provenienti dai territori occupati, che qualcuno fu spinto.

 Nel giro di pochi istanti ,all’orizzonte apparvero i soldati a cavallo, enormi, quasi sproporzionati in mezzo a questa gente con i vestiti tradizionali, le donne con i loro ricami rossi e neri, gli uomini con la cheffia in testa. Iniziarono a manganellare e noi ci appiattimmo contro il muro, poi dei colpi secchi e tanto fumo. I candelotti fumogeni avevano coperto anche la luce del sole stupendo di questa terra.

 Non avemmo neppure il tempo di avere paura.

Poi arrivò l’esperienza libanese con la scoperta di questa Svizzera del Mediterraneo che tentava di rialzarsi dopo l’ennesima guerra civile. Anche qui le case raccontavano, come in tutti gli altri paesi in guerra che avevamo visto, la violenza e la crudeltà. Ma la gente che incontrammo ci fece sentire come a casa e le tante diversità diventarono davvero una ricchezza: conoscemmo ragazzi che venivano da altre terre in sofferenza e l’amicizia con alcuni iracheni ci portò a scoprire una realtà piena di storia e di valori.

Iniziammo a conoscerne uno in particolare, Ayad, un medico di Mosul che aveva lasciato la sua terra per diventare sacerdote: medico anche dell’anima oltre che del corpo, potremmo dire!

Lo ritrovammo in Italia, a Roma dove lo mandarono per completare i suoi studi di teologia. Da lui apprendemmo le tante sofferenze dei cristiani iracheni, una piccola minoranza che sunniti e sciiti vorrebbero scacciare dalle loro terre . Tanti sono partiti, quasi nessuno ritornerà ma di questo nuova tragedia, nella tragedia irachena nessuno ne parla.

Ora ,di nuovo, sentiamo il richiamo di quel vento pieno di nostalgia e partiamo per Mosul, la vecchia Ninive al nord dell'Irak e chissà..........

Ad ognuna delle persone con le quali abbiamo fatto questo cammino, auguriamo di poterle rincontrare in terre serene, dove non soffi più alcun vento di guerra .

aggiornato il 27/08/2009 alle ore 16:13 - Link Permanente
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