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APPROFONDIMENTI
01 febbraio 2008
Arcobaleno ininfluente
Movimento per la pace, 1: se la politica guarda altrove
NIGRIZIA
Se si considerano i risultati che riesce a portare a casa, il pacifismo italiano non sta granché bene. Riesce a riempire qualche piazza, ma la politica cammina su un altro marciapiede. Forse bisogna lavorare meglio nei singoli territori, per cambiare, prima di tutto, stili di vita e cultura sociale. Ne abbiamo parlato con alcuni leader del movimento.

Il governo Prodi, amico o percepito come tale, ha fatto due Finanziarie e, in due anni, le spese militari sono lievitate del 23%. Nell’ultima Finanziaria si sono decisi finanziamenti pluriennali, a suon di centinaia di milioni di euro, per costruire gli Eurofighter, i nuovi aerei da combattimento. Mentre non si riesce a varare una nuova legge sull’immigrazione, si sceglie di rifinanziare i famigerati centri di permanenza temporanea, che portano le firme di
Bossi e di Fini, ma che sembrano piacere anche al centrosinistra.

Quello delle armi/disarmo, per ragioni ovvie, e quello delle politiche sull’immigrazione, per le implicazioni che hanno sugli assetti economici, sugli squilibri Nord-Sud e sul ruolo dell’Italia nello scenario internazionale, sono temi cari al movimento per la pace. Un movimento che, in alcuni momenti cruciali (nel 2003, alla vigilia della guerra in Iraq), è riuscito a mobilitare milioni di persone e che ogni anno, con la marcia Perugia-Assisi, ricorda all’opinione pubblica l’urgenza di un impegno.

Il fatto è che la politica, soprattutto quella di centrosinistra, guarda compiaciuta alle piazze arcobaleno e poi non ne trae alcuna scelta conseguente. Diciamola tutta: la politica non considera il movimento per la pace come un vero interlocutore; e il movimento è ininfluente rispetto alle scelte che maturano nelle sedi dei partiti e in parlamento. Insomma, il movimento vive una stagione difficile.

Per avere una conferma (o una smentita, ma non c’è stata) di questa situazione e per raccogliere spunti di analisi capaci di rispondere a qualche perché, abbiamo sentito alcuni protagonisti del movimento, quasi tutti impegnati nel direttivo della Tavola della pace, che organizza la Perugia-Assisi.

Don Fabio Corazzina, Pax Christi
. «Premessa: non si può immaginare un cambiamento sociale-politico-economico senza puntare – in termini chiari, concreti e quotidiani – sul cambiamento dello stile di vita dei singoli. Oltre vent’anni fa, l’unica campagna che non ha funzionato si chiamava “Contro la fame cambia la vita”. Anche oggi chi opera nel movimento per la pace fa fatica ad accettare il cambiamento dello stile di vita personale.
La politica. Arrivato Prodi, il movimento pensava di poter innervare la politica con il proprio progetto. Illusione. Non solo perché governo e parlamento non hanno la capacità di rimanere fedeli al patto elettorale, ma anche perché il movimento si è ritrovato immaturo e incapace di rapportarsi con la politica. Sia con Berlusconi (con il quale era facile essere contro) sia con Prodi (ci si attendeva di dialogare con un alleato), il movimento non è stato in grado di esprimere un’autonomia capace di fargli giocare il ruolo di interlocutore libero, capace di critica, propositivo. Certo, come Rete disarmo, abbiamo dialogato con Prodi, ma il problema è di avere la capacità di un’interlocuzione costante e, con le esigue forze che abbiamo, è complicato.
Mondo cattolico. La stagione del movimento per la pace – marchiata “di sinistra”; e qui la strategia di Berlusconi è ben penetrata anche dentro le comunità cristiane – ha impaurito le comunità. Si è pensato che le proposte e le esperienze del movimento fossero semplicemente di sinistra e non avessero un sufficiente riferimento a ciò che dice il magistero della chiesa su pace, giustizia, salvaguardia del creato, disarmo, cooperazione, dialogo tra i popoli. Ciò significa che noi, cattolici del movimento, non siamo riusciti a far cogliere che c’è una piena continuità tra le scelte di pace-disarmo-nonviolenza e la proposta evangelica. Forse c’è una carenza di teologia della pace e di spiritualità della pace, fondate su una lettura costante e intelligente della Parola di Dio».

Enrico Paissan, Forum trentino per la pace e i diritti umani
.«Siamo bravi a coinvolgere l’opinione pubblica e la politica su questioni mirate ed episodiche, ma stentiamo a tenere sul lungo periodo. È il limite fondamentale del movimento nel rapporto con la politica. C’è anche una certa immaturità, che rischia di farci ripiegare su posizioni isolazioniste. Invece, con le istituzioni va stabilito un rapporto duraturo, quotidiano, di lungo periodo. Intendiamoci: è immaturità reciproca. Perché, molto spesso, la politica percepisce le sollecitazioni e le iniziative del movimento solo in modo strumentale. Ma lo sappiamo che la politica non ci regalerà mai niente: sta a noi selezionare gli obiettivi e le priorità, e andarli a prendere».

Soana Tortora, Acli
. «Scontiamo la difficoltà di farci ascoltare dalle istituzioni e dalla politica, perché le loro priorità sono altre, mentre il movimento batte su temi che hanno un respiro internazionale e spesso chiamano in causa il modello di sviluppo. È un problema per noi, ma è anche un passaggio a vuoto della politica. La Tavola della pace insiste nel considerare gli obiettivi della pace come parte dell’agenda politica. Continueremo a insistere e a fare i conti con questa difficoltà, che è politica, ma prima ancora culturale».

Maurizio Gubbiotti, Legambiente
.«Anche con questo governo, pur più sensibile del precedente, non si vedono cambiamenti evidenti e si conferma l’incapacità della politica di ascoltare il nostro mondo. I temi della pace (spesa militare, industria armamenti, missioni all’estero) non se la passano bene, perché contano altri interessi.
Non dimentichiamo, comunque, che la politica è stata costretta a mettere in agenda questioni connesse alla pace. Penso ad ambiente-salute-lavoro declinati dal punto di vista dei diritti e non da quello dei bisogni. È un passaggio importante, che va accreditato alla mobilitazione forte di questi anni e che si concretizza in buone pratiche di altro mercato, di altra economia. Il mondo che abbiamo chiamato delle bandiere di pace non è scomparso: si mobilita in mille rivoli».

Gianfranco Benzi
, Cgil. La politica, anche quella di sinistra, non riesce a esprimere una certa radicalità nei confronti della pace: deve tener conto di troppe subordinate. In Cgil, la pace convive con molti altri temi. Però, nella contaminazione con il movimento per la pace, siamo passati dalla posizione della “guerra giusta” (Kosovo, 1998) al “no alla guerra, senza se e senza ma”. Per la Cgil non è poca cosa ed è costata fatica, anche perché la sinistra (e io stesso) muove da una cultura che non rifiuta affatto la guerra.
Quindi, la radicalità delle parole d’ordine e il bisogno di scelte nette (non a caso riusciamo a mobilitare soprattutto i giovani) si traducono per la Cgil in una capacità di mobilitazione anche su questi temi. Alla Perugia-Assisi diamo un nostro preciso contributo e non intendiamo mollare».

Giuseppe Iuliano, Cisl
.«Il sindacato, di per sé, non è un’organizzazione pacifista, e nel movimento l’abbiamo sempre sottolineato. La nonviolenza è, però, nel nostro codice genetico: si pensi al gesto di incrociare le braccia, di scioperare. Le contraddizioni ci sono nel momento in cui si decide di stare nel movimento e nella Tavola della pace. Prendiamo la riconversione dal militare al civile: lì va in crisi il rapporto tra la tutela dell’occupazione e l’adesione a principi più generali.
Questo non ci ha impedito di schierarci, di cambiare atteggiamento, di esprimere un chiaro “no” alla guerra. Anche sulla vicenda della base Dal Molin di Vicenza, la Cisl ha saputo gestire un dibattito lacerante: vale di più la tutela dell’occupazione o il più ampio tema delle basi militari sul territorio? Non è stata una passeggiata: non abbiamo partecipato alla manifestazione del 2006, ma ciò non significa che ci siamo sfilati dal movimento per la pace. Anzi, nella Tavola del pace si è discusso e si continua a discutere su come vanno affrontate questioni così delicate».

Giorgio Dal Fiume, Ctm altromercato
. «Non ho mai coltivato particolari illusioni sulla capacità delle istituzioni di ascoltare il movimento e sull’autoriforma della politica. Ma mi sconcerta l’attuale ampiezza del distacco tra la società e il palazzo. Con ciò, non apprezzo i profeti che mandano al diavolo ogni contatto con le istituzioni, ritenendolo inutile. Il panorama è desolante, ma non ci si può spingere fino a tagliare i ponti con il palazzo. Oltre a questo rapporto squilibrato con la politica, c’è la delusione nel constatare la scarsa capacità dei movimenti di cambiare la cultura sociale, specie sui temi della pace e della globalizzazione. Le elezioni del maggio 2006, con Berlusconi che ha preso di fatto gli stessi voti del centrosinistra, hanno sancito quanto poco incidono i movimenti nella costruzione di una cultura sociale, terreno solido su cui si deve poggiare il palazzo. Come possiamo modificare la Finanziaria, se prima non siamo in grado di modificare la società? Dobbiamo seminare. Tornare a fare lavoro forte di base.
Non mi piacciono le piazze parziali, dove si rivendica lo sventolio di una bandiera più rossa di quella degli altri; dove c’è una forte tentazione di percorrere tratti di strada solo con i simili, perché è più difficile stare con quelli che non la pensano come me; dove la priorità è affermare la propria identità. Sono isole. Non rappresentano una fetta ampia di società civile. Dobbiamo ritrovare percorsi collettivi, vasti e declinati in modo plurale. Genova nel 2001 e i primi Social Forum sono un esempio di eterogeneità come valore positivo».

Marco Servettini
(Coordinamento comasco per la pace – Mette assieme 40 comuni della provincia con 50 associazioni locali). «Ha senso portare un comune alla marcia della pace e poi lasciare che il territorio venga svenduto alle esigenze militari? Il distacco tra politica e società si percepisce anche nelle amministrazioni locali. Non s’incide come si dovrebbe. Anche se noi siamo un’esperienza del tutto particolare e cerchiamo di coinvolgere i comuni in modo trasversale (destra o sinistra poco importa), chiedendo loro che cosa significa amministrare con la bussola della pace e dell’ambiente. E tutto si fonda ancora sulla sensibilità del singolo amministratore. Non c’è una cultura diffusa».

Ctm e Coordinamento comasco non fanno parte del direttivo della Tavola della pace, dove siede invece Mani Tese. Gianni Marceddu: «Siamo più vicini alle denunce della Rete disarmo che alla gestione morbida della Tavola. Intorno a quel tavolo ci sono un po’ troppi compromessi, e l’abbiamo detto apertamente. Quanto al fatto che la politica non ci consideri, mi pare ovvio: noi siamo un’altra cosa. Dobbiamo essere duri con il governo, senza guardarne il colore».

aggiornato il 01/02/2008 alle ore 14:14 - Link Permanente
Coordinamento Comasco per la Pace - Via Trieste 1 - 22073 Fino Mornasco - COMO
Tel. 031.927644 - Fax. 031.3540032 - email: info@comopace.org web: http://www.comopace.org/