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APPROFONDIMENTI
28 dicembre 2006
Voci Dalla Maquila
dai ragazzi SDU in Chiapas
Anna Mauri
VOCI DALLA MAQUILA
Tante storie di donne, storie di ingiustizie, di violenze e di povertà,
causa e conseguenza di una situazione che si prolunga nel tempo, contro la
quale si lotta ma che continua a provocare tanta sofferenza.

Nel Nord del Messico e oltre la frontiera con gli Stati Uniti si concentrano
una grande quantità di industrie e cosi si concentrano anche moltissime
persone alla ricerca di lavoro nella speranza di lasciare quella vita di
povertà alla quale sono legate dalla nascita. Molti di loro vengono dal Sud
del Paese, hanno abbandonato casa e famiglia e non credono nel sogno della
ricchezza ma sono spinti da semplice necessità: questa gente non cerca
denaro per arricchirsi ma per sfamare i propri figli, garantirgli educazione
e salute nella speranza di un futuro diverso dal proprio.
La vita in fabbrica occupa l’intera giornata: le 8 ore lavorative spesso
diventano 12 e le 40 settimanali raggiungono facilmente le 48. Gli
straordinari non sono pagati.

Marina inizia a lavorare alle 5 della mattina e prima di arrivare in
fabbrica ha un’ora di cammino, così deve uscire di casa alle 4 e alzarsi
almeno un’ora prima.
La giornata lavorativa è di 8 ore con 40 minuti di pausa per mangiare e
andare al bagno, spesso lasciato sporco per evitare che le lavoratrici
“perdessero tempo” per andarci. Marina ritorna a casa verso le 2-3 del
pomeriggio, deve preparare da mangiare ai suoi figli e svolgere quelle
mansioni do


mestiche riservate unicamente alle donne.
La paga giornaliera è di 100-105 pesos, meno di 10 euro. Con questi soldi
ella deve sfamare la propria famiglia e pensare ai beni di prima necessità.
Nel momento in cui Marina inizia a non sentirsi bene deve decidere come
utilizzare i soldi: decide di dare da mangiare ai suoi bambini.
La malattia avanza e spesso si ritrova a vomitare sangue. Marina muore a 30
anni dopo 3 anni di lavoro in fabbrica, di una malattia provocata dal lavoro
stesso.
Chi lavora in fabbrica viene ucciso da essa stessa e chi non lavora muore
ugualmente…qual è l’alternativa per questa gente?

Le imprese non garantiscono nessun sicuro sociale e i lavoratori non hanno
nessuna assicurazione sul lavoro o supporti in caso di malattia. Sono
trattati alla pari di macchine, una volta che non “funzionano” possono
essere facilmente sostituite o eliminate. Spesso sono costretti a lavorare a
contatto con materiali tossici o radiazioni nocive senza nessuna
protezione.
Nessuno parla mai di loro, di questi lavoratori e lavoratrici che passano la
loro vita in una fabbrica che soffoca la loro voce, che viola la loro
dignità di uomini e donne e schiaccia la loro vita.

La maggior parte dei lavoratori della maquila sono donne e sono loro che
stanno formando questa nuova classe operaia, che stanno organizzando una
differente lotta che non si chiude solo al mondo della fabbrica ma lotta per
i diritti della donna nella famiglia, nella casa e nella vita quotidiana.
Le difficoltà che si incontrano nell’organizzazione di qualsiasi lotta
all’interno della fabbrica sono moltissime, la repressione e i controlli
fanno si che la gente abbia paura e nessuno è disposto a perde un lavoro,
quando perdere il lavoro significa non avere nulla da mangiare.
All’interno della catena di montaggio è proibito parlare e le pause sono
organizzate in momenti differenti. Gli orari lavorativi sono molto pesanti e
alternati tra notte e giorno, in questo modo non esiste un momento in cui
tutti i lavoratori siano liberi contemporaneamente. Anche progettare una
riunione risulta difficile perché raggiungere un possibile luogo di incontro
ha un prezzo e molti hanno i soldi contati per i viaggi di andata e ritorno
dalla fabbrica.
Oltre a questi problemi di tipo pratico risulta altrettanto difficile creare
una coscienza comune in grado di agire in modo unitario su quelle che sono
problematiche comuni. Manca la conoscenza di quello che sono i diritti del
lavoratore, della donna e in generale della persona.
I sindacati spesso sono inesistenti o corrotti, incapaci di appoggiare
realmente le necessità del lavoratore.
Il grande passo che si sta facendo nasce infatti da questa consapevolezza e
dalla necessità dell’autoganizzazione. Ogni lotta nasce dalla reale
necessità e chi vi partecipa è l’unico che la conosce in modo approfondito
perché la vive giornalmente. Le nuove organizzazioni sono più orizzontali,
non vogliono un capo o un segretario generale ma uguaglianza tra tutti i
partecipanti.
I dirigenti delle imprese da parte loro attuano una forte repressione verso
tutto ciò che può ostacolare una buona produzione, unico interesse di chi da
tutto questo trae un proprio guadagno. Chi viene individuato come potenziale
“rivoltoso”, pericolo per il buon funzionamento dell’impresa, viene
licenziato e inserito nella lista nera che non gli permette di trovare
facilmente lavoro in altre fabbriche. “Rivoltoso” viene considerato chi,
consapevole dei propri diritti, lotta per cambiare la propia condizione.

Le donne che lavorano in fabbrica sono la maggior parte, anche se per loro
le condizioni di lavoro sono ancora piu' dure.
La donna ha "la disgrazia" di mettere al mondo dei figli, e la donna in
gravidanza e' vista in fabbrica solo come ostacolo controproducente.
Vengono distribuiti anticoncettivi spesso vietati negli Stati Uniti perche'
dannosi. Le donne tentano di nascondere le gravidanze per evitare di perdere
il lavoro e questo le porta ad avere aborti spontanei dal momento che non
vangono seguite e non esiste nessuna agevolazione o soccorso.

Le donne di Santa Rosalia in Baja California Sur, lavorano nell'impresa Han
Jin dove vengono puliti calamari e gamberetti, unica fonte di lavoro in
questo piccolo paese. Vengono pagate 300 pesos (circa 21 euro) alla
tonnellata di calamari che vengono poi rivenduti a 80-90 pesos al kilo.
Le condizioni di lavoro sono pessime: il luogo e' sporco e senza acqua
potabile e le donne subiscono violenze e umiliazioni senza che nessuno si
curi di loro. Non esiste nessun sindacato che le tuteli e come spesso accade
queste violenze e ingiustizie rimangono ben custodite dai muri delle
fabbriche.
Il lavoro si dimostra loro nemico, ma nonostante cio' inevitabile, cosi'
continuano a lavorare spinte dalla necessita' ma senza dubbio anche da una
grande forza.
Queste voci devono superare i muri delle fabbriche, dei paesi e degli stati
e diffondersi in tutto il mondo.



aggiornato il 28/12/2006 alle ore 19:11 - Link Permanente
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