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APPROFONDIMENTI
15 settembre 2009
SULLE ROTTE DEI DISPERATI CHI NON VUOLE VEDERE E CHI MUORE
segnalato da Marta Abinti
Marina Corradi - Avvenire
Sono arrivati in cinque. Erano ische­­letriti, cotti dal sole che
martella, in agosto, sul canale di Sicilia. Ma il bar­cone, era
grande: ce ne stipano ottanta, i trafficanti in Libia, di migranti, su
bar­che così. Affastellati uno sull’altro co­me bidoni, schiena a
schiena, gli ultimi seduti sui bordi, i piedi che penzolano
sull’acqua. E dunque quel barcone vuo­to, con cinque naufraghi appena,
è sta­to il segno della tragedia. Laggiù a 12 miglia da Lampedusa, ai
margini estre­mi dell’Europa, un relitto di fantasmi.
  Cinque vivi e forse più di settanta mor­ti, in venti giorni di
peregrinazione cie­ca nel Mediterraneo. Decine e decine di eritrei
inabissati come una povera za­vorra di ossa in fondo a quello stesso
mare in cui a Ferragosto incrociano na­vi da crociera, traghetti, e
gli yacht dei ricchi. È questo il dato che raggela an­cor più. Perché
in venti giorni, nelle acque della Libia e di Malta, e in mare aperto,
qualcuno avrà pure incrociato, o almeno intravisto da lontano quel
barcone; ma lo ha lasciato andare al suo destino. Solo da un
peschereccio, hanno detto i superstiti, ci hanno da­to da bere. Come
dentro a una spieta­ta routine: eccone degli altri. E non ci si
avvicina. Non si devia dalla rotta tracciata, per un pugno di
miserabili in alto mare.
  Noi non sappiamo immaginare davve­ro. Come sia immenso il mare visto
da un guscio alla deriva; come sia spaven­toso e nero, la notte, senza
una luce. Co­me picchi il sole come un fabbro sulle teste; come
devasti la sete, come scar­nifichino la pelle le ustioni. Noi del
mon­do giusto, che su quelle stesse acque d’a­gosto ci abbronziamo,
non sappiamo quale spaventevole nemico siano le on­de, quando il
motore è fermo, e l’oriz­zonte una linea vuota e infinita. Non
possiamo sapere cosa sia assistere all’a­gonia degli altri, impotenti,
e gettarli in acqua appena dopo l’ultimo respiro. 'Altri' che sono
magari tuo marito o tuo figlio. Ma bisogna liberarsene, senza tempo
per piangere. Perché quel sole tormenta e disfa anche i morti; e i
vivi, vogliono vivere.
  Noi non sappiamo com’è il Mediterra­neo visto da un manipolo di
poveri cri­sti eritrei, fuggiti dalla guerra, sfruttati dai
trafficanti, messi in mare con un po’ di carburante e vaghe
indicazioni di u­na rotta. Ma c’è almeno un equivoco in cui non è
ammissibile cadere. Nessuna politica di controllo della immigrazio­ne
consente a una comunità interna­zionale di lasciare una barca carica
di naufraghi al suo destino. Esiste una leg­ge del mare, e ben più
antica di quella pure codificata dai trattati. E questa leg­ge ordina:
in mare si soccorre. Poi, a ter­ra, opereranno altre leggi: diritto
d’asi­lo, accoglienza, respingimento. Poi. Ma le vite, si salvano.
  E invece quel barcone vuoto – non il pri­mo arrivato come un relitto
di morte al­la soglia delle nostre acque – dice del farsi avanti, tra
le coste africane e Mal­ta, di un’altra legge. Non fermarsi, tirar
dritto. (Pensate su quella barca, se avvi­stavano una nave, che
sbracciamenti, che speranza. E che piombo nel cuore, nel vederla
allontanarsi all’orizzonte).
  La nuova legge del non vedere. Come in un’abitudine, in
un’assuefazione. Quan­do, oggi, leggiamo delle deportazioni degli
ebrei sotto il nazismo, ci chiedia­mo: certo, le popolazioni non
sapevano; ma quei convogli piombati, le voci, le grida, nelle stazioni
di transito nessuno li vedeva e sentiva? Allora erano il
tota­litarismo e il terrore, a far chiudere gli oc­chi. Oggi no. Una
quieta, rassegnata in­differenza, se non anche una infastidi­ta
avversione, sul Mediterraneo. L’Oc­cidente a occhi chiusi. Cinque
naufra­ghi sono arrivati a dirci di figli e mariti morti di sete dopo
giorni di agonia. Nel­lo stesso mare delle nostre vacanze. U­na tomba
in fondo al nostro lieto mare. E una legge antica violata, che
minac­cia le stesse nostre radici. Le fonda­menta. L’ idea di cos’è un
uomo, e di quanto infinitamente vale.


Avvenire venerdì 21 agosto 2009




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